Lo Stato non sa gestire i beni confiscati. Solo un'azienda su 10 è ancora attiva

Il caso di un imprenditore finito in amministrazione giudiziaria e poi assolto: in pochi anni il suo bilancio è stato decimato

Dichiarava un fatturato milionario l'anno prima del sequestro del 2010. Dopo sei anni di amministrazione giudiziaria l'azienda è stata restituita al legittimo proprietario, assolto definitivamente nel 2014 da ogni accusa di collusione con la mafia, con un bilancio da 600 mila euro. Il caso di Vincenzo Rizzacasa, imprenditore siciliano assolto in appello e poi in Cassazione non è l'unico. Già, perché non ci sono solo le aziende confiscate alla mafia che finiscono sul lastrico sotto la gestione dello Stato. Ci sono anche quelle che falliscono prima ancora che si arrivi a sentenza definitiva dell'imputato che, spesso, una volta assolto e legittimato a tornare in possesso dei suoi beni, si ritrova in mano valori ormai perduti. Liquidati. Falliti. Caduti in crisi per l'incapacità di stare sul mercato, con una metamorfosi da eccellenze a scheletri industriali. E se il codice antimafia approvato dal Parlamento promette di porre ordine alla gestione giudiziaria del tesoretto delle confische ai mafiosi e di «superare le opacità che hanno caratterizzato la questione negli anni passati», come ha detto il ministro Andrea Orlando, l'allargamento delle misure personali e patrimoniali previsto dal codice anche a chi è anche solo indiziato di associazione a delinquere finalizzata a peculato, corruzione, stalking e reati contro la pubblica amministrazione, rischia di aumentare anche il numero di imprese destinate al declino. Basti pensare che finora quasi il 90% delle attività confiscate dallo Stato non sopravvive. Uno studio «Transcrime», centro di ricerca dell'Università Cattolica di Milano ha rivelato, come raccontato anche da Repubblica, che solo il 15% delle aziende tra quelle sottoposte a controllo statale nel periodo che va dal 1983 al 2013 è ancora attiva. Lo studio ha riguardato sia il periodo prima del sequestro, quando ancora le imprese erano gestite dalle mafie, sia lo stato attuale delle aziende. Ebbene, i ricercatori hanno stimato che il 65-70% delle imprese requisite sia finito in liquidazione, il 15-20% in fallimento, e solo un altro 15% sia ancora attivo. Quando poi alla gestione giudiziaria si aggiunge anche la lentezza dei tribunali, il mix è fatale: ci sono imprenditori che si ritrovano ad attendere anni prima di tornare in possesso dei loro beni posti sotto sequestro. Come il palermitano Francesco Lena, ancora in attesa di riavere l'azienda vitivinicola, dopo che il filone penale si è già concluso 5 anni fa con l'assoluzione definitiva dall'accusa di associazione mafiosa. «Nel 90% dei casi le aziende quando vengono restituite ai proprietari non rispecchiano lo stato di salute che avevano al momento del sequestro - conferma l'avvocato Giovanni Rizzuti, che ha assistito Lena- Servono tempi più veloci e una gestione diversa di questi patrimoni, perché spesso gli amministratori non hanno l'esperienza dei proprietari. Ne va non solo dei lavoratori e dei titolari. È una questione di legalità». Quello dell'imprenditore rientrava tra i sequestri dell'ex presidente della sezione «misure di prevenzione» del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, finita sotto inchiesta per aver gestito in modo spregiudicato i patrimoni requisiti.