Sulla legge elettorale arriva la rivincita del centrodestra. Dopo lo scivolone di luglio, la maggioranza torna a confrontarsi con il voto segreto e questa volta chiude la partita in maniera netta: 227 sì e 164 no. Un risultato che certifica la tenuta della coalizione proprio sul terreno più insidioso e consente al centrodestra di archiviare la battuta d’arresto di metà luglio sulle preferenze.
Il voto finale della Camera diventa così qualcosa di più di un passaggio parlamentare. È la prova che, dopo le tensioni e i franchi tiratori dell’estate, la maggioranza è riuscita a ricompattarsi. E lo fa con un margine ampio di 63 voti, mentre dai banchi della maggioranza scatta l’applauso e dalle opposizioni arrivano proteste e cartelli di dissenso.
Il fronte del sì si allarga anche grazie alla Svp, che annuncia il voto favorevole dopo l’accoglimento da parte della maggioranza delle istanze di tutela delle minoranze linguistiche. “Le garanzie sono state rafforzate, gli impegni rispettati, le condizioni soddisfatte”, ha spiegato in Aula il deputato della Südtiroler Volkspartei Dieter Steger. La Svp, che nelle precedenti letture si era astenuta, cambia dunque posizione e contribuisce al via libera finale.
Resta invece autonoma la posizione dei vannacciani di Futuro Nazionale, che contestano il testo e votano contro, pur mantenendo una posizione distinta rispetto alle opposizioni. Edoardo Ziello parla dell’ “epilogo di una battaglia” nella quale Futuro nazionale “in parte ha perso e in parte ha vinto” e rivendica al generale Vannacci il merito di aver portato nel testo le preferenze. Ma, proprio per i contenuti della riforma, annuncia il no: “Per un partito di destra vera è impossibile accodarsi al centrodestra”. Al tempo stesso, però, arriva un’apertura politica alla maggioranza: i vannacciani si dicono pronti al dialogo con il centrodestra, ponendo come priorità quella di evitare un ritorno al governo delle forze di centrosinistra e chiedendo “rispetto” e un’interlocuzione seria.
Il dibattito in Aula riportato al centro proprio le questioni che hanno accompagnato l’intero iter della riforma: il premio di maggioranza, le preferenze, i capilista bloccati, le soglie e le regole per la presentazione delle liste. Il nuovo sistema prevede un proporzionale corretto da un premio di governabilità di 105 parlamentari, a condizione che la coalizione più votata superi il 42% in entrambe le Camere, e un sistema misto di preferenze e capilista bloccati.
La maggioranza difende il nuovo sistema come lo strumento con cui garantire maggiore stabilità e per dare agli elettori la possibilità di conoscere prima del voto il candidato premier e la coalizione. Dai banchi di Noi Moderati Alessandro Colucci rivendica proprio questo obiettivo: creare le condizioni per la stabilità e respingere l’accusa che non ci sia stato confronto parlamentare. Dalla Lega Andrea Barabotti insiste invece sul premio di governabilità come strumento per riportare il potere nelle mani degli elettori e assicurare che i governi possano arrivare alla fine della legislatura.
Il fronte del centrosinistra legge invece la riforma in modo opposto. Elly Schlein attacca il meccanismo dei capilista bloccati, le firme necessarie per presentare le liste e soprattutto la riduzione della rappresentanza femminile. “Governabilità va tenuta in equilibrio con la rappresentanza”, è il senso della sua critica, a cui si aggiunge l’acida rivolta a Giorgia Meloni di voler diventare “la prima presidente del consiglio donna ha cancellato la parità di genere”, almeno nelle liste.
Anche Matteo Richetti, per Azione, concentra il suo intervento sulla rappresentanza femminile, sostenendo che il rischio sia quello di un Parlamento nel quale le donne siano fortemente penalizzate. E il tema della possibile non rielezione dei parlamentari di maggioranza diventa uno degli argomenti ricorrenti del fronte contrario alla riforma.I leader dell’opposizione provano infatti a lavorare sui malumori dell’Aula e soprattutto sul timore di non essere rieletti per i parlamentari del centrodestra. Ma la strategia questa volta non va a segno e lo stesso strumento che aveva rappresentato il punto debole diventa il terreno sul quale il centrodestra misura e rivendica la propria compattezza.
Giuseppe Conte porta lo scontro sul terreno politico più ampio, accusando la maggioranza di occuparsi di soglie, seggi e posti in lista mentre agli italiani interesserebbero piuttosto prezzi, tasse, carburanti e sanità. Per il leader M5s la legge sarebbe un vestito cucito addosso alla maggioranza “nella speranza di rimanere incollati alle poltrone”, mentre definisce il dibattito interno al centrodestra condizionato dalla “psicosi Vannacci”. Conte attacca anche Fratelli d’Italia sul terreno dello scontro politico e giudiziario, trasformando la dichiarazione di voto in un confronto molto più largo sulla collocazione delle forze politiche.
Angelo Bonelli rilancia invece il tema della possibile incostituzionalità della riforma ed evoca la futura intesa del centrodestra con Vannacci.. Anche Riccardo Magi annuncia che la battaglia non finisce con il voto parlamentare e evoca il ricorso ai tribunali contro quello che definisce il “Melonellum”. Maria Elena Boschi, per Italia Viva, parla invece di una giornata dopo la quale finalmente il Parlamento potrà tornare a occuparsi di altri temi dopo essere stato, a suo giudizio, troppo a lungo concentrato sulla riforma elettorale. Stefano Benigni per Forza Italia mette il dito nelle divisioni del Campo Largo. “Siete divisi su tutto e il fatto di dovervi mettere d’accordo prima del voto vi fa impazzire. Provate con carta sasso forbice magari qualcuno lo trovate. Siete solo un cartello elettorale unito alla voglia di mandare a casa il governo Meloni”.
Giovanni Donzelli, per Fratelli d’Italia, contrappone la stabilità del centrodestra alle divisioni dell’opposizione. Il responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia ricorda i 224 giorni trascorsi dal deposito della legge e indica nelle preferenze, nel premio di maggioranza e nel voto per gli studenti fuori sede i tre elementi qualificanti della riforma. La legge elettorale, sostiene Donzelli, può segnare l’ingresso dell’Italia nella “Terza Repubblica”.
La prima conferma della tenuta della maggioranza era già arrivata con il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, respinte con 229 voti contrari. In quell’occasione anche Futuro Nazionale aveva votato insieme al centrodestra, pur mantenendo una posizione autonoma sul merito della riforma. Poi l’esame del provvedimento è andato avanti tra tensioni, fiducie e distinguo. Il governo ha blindato gli articoli 1, 2 e 3 con tre voti di fiducia, ma il passaggio finale è rimasto affidato allo scrutinio segreto, quello che a luglio aveva fatto emergere le crepe della maggioranza.E proprio il voto segreto è diventato il vero banco di prova. Non una fiducia, dunque, ma un voto nel quale la maggioranza non poteva contare formalmente sulla disciplina di partito. Il risultato, 227 a 164, cancella il precedente di luglio e restituisce al centrodestra una fotografia di compattezza.
I 227 sì raccontano dunque una maggioranza che, dopo lo scivolone estivo, torna a imporsi e chiude il «caso preferenze», allontanando anche lo scenario di una crisi politica legata alla riforma. La partita parlamentare è chiusa. E Giorgia Meloni affida a un messaggio sui social la lettura politica del risultato: “Con l’approvazione definitiva della nuova Legge elettorale, quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e - di nuovo - il proprio parlamentare. Il centrodestra reintroduce il voto di preferenza, che mancava da oltre trent’anni, restituendo ai cittadini il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta. Allo stesso tempo introduciamo regole pensate per favorire la stabilità e la coerenza parlamentare di qualunque governo, indipendentemente dal suo colore politico. Perché chi vince le elezioni deve poter governare, e chi viene eletto deve rispondere agli elettori che lo hanno scelto. Introduciamo anche il voto fuori sede per studenti, lavoratori e caregiver familiari, nei casi previsti dalla Legge: una risposta concreta a una richiesta avanzata da tanti cittadini, soprattutto giovani, che vivono lontano dal proprio Comune di residenza. Governi stabili e maggiore partecipazione significano più continuità, più responsabilità e più capacità di dare risposte concrete agli italiani. E a chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini. Avanti così”.
