Tunisino arrestato a Ravenna «Spacciava per unirsi all'Isis»

Pusher per pagarsi il viaggio, via Germania e Turchia, verso lo «Stato islamico» Renzi: non tutti i passeggeri sui barconi dei trafficanti sono famiglie innocenti

«Non tutti i passeggeri sui barconi dei trafficanti sono famiglie innocenti» ammette il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sulle colonne del New York Times . E aggiunge: «Il nostro sforzo contro il terrorismo in Nord Africa deve svilupparsi per spazzare via questa minaccia, che crea un terreno fertile per il traffico di esseri umani e con esso interagisce pericolosament».

Uno dei «passeggeri» dei barconi, non proprio «innocenti» è con tutta probabilità il tunisino arrestato martedì notte a Ravenna con l'accusa di volersi arruolare nel Califfato partendo per la Siria. Nei contatti in rete con i reclutatori, Noussair Louati aveva pure scritto: «E se Allah vorrà conquisteremo Roma e libererò mia figlia» avuta con un'italiana, che non l'ha seguito nella deriva radicale. E ancora: «Si alzerà la bandiera di Allah sulla torre di Pisa».

Per finanziarsi il viaggio l'immigrato spacciava droga. Louati era arrivato in Italia come clandestino nel 2011. Non è chiaro se via mare dal Nord Africa o attraverso un'altra rotta, ma quell'anno era scoppiata la primavera araba provocando la prima grande ondata di barconi dalla Tunisia e dalla Libia. A Ravenna si è sposato riuscendo ad ottenere il permesso di soggiorno. Peccato che il 27enne tunisino avesse cercato e trovato in rete la via per arruolarsi nello Stato islamico. E se non fossero scattate le manette, grazie alla nuova legge antiterrorismo, si sarebbe unito ai tagliagole.

Il 21 marzo Louati aveva acquistato un biglietto aereo di sola andata da Bergamo ad Istanbul. Il consolato tunisino di Genova, però, non gli ha rilasciato il passaporto in tempo ed il viaggio è saltato. L'aspirante mujahed era andato in escandescenze nelle sede diplomatica ed erano intervenuti i carabinieri.

L'indagine della Digos di Ravenna e Bologna è scattata in febbraio quando il tunisino cercava contatti in rete chiedendo: «Oh, fratello mi aiuti per arrivare da voi? È normale che chiedo di andare nello Stato islamico». Il 23 marzo gli risponde un palestinese, nome di battaglia Abu Jihad (figlio della guerra santa) Asba, che sostiene di combattere nel campo di Yarmuk, alle porte di Damasco, fra le fila dell'Isis. Quattro giorni prima un altro contatto gli dice per telefono: «Il jihad ti ripagherà». Il reclutatore palestinese spiega cosa fare. Il tunisino chiama un numero di telefono turco per il passaggio della frontiera con la Siria.

Louati si posta su Facebook con una maglietta nera e scritte bianche, colori del vessillo del Califfato e scrive: «Non ci distruggeranno, noi siamo il popolo di Maometto». Il 13 marzo, commentando una foto di combattenti islamici, «amici» in rete, auspica «che il Signore vi dia la vittoria». Una settimana dopo inizia a dialogare con una comunità virtuale, che usa come copertina un cavaliere con bandiera nera sovrastata dalla scritta: «Se combattere in nome di Allah è terrorismo allora io sono il primo terrorista».

Per raccogliere i soldi del viaggio va anche alla moschea di viale Jenner a Milano, dove minacciano di chiamare la polizia. Il 18 febbraio Louati era stato fermato dai carabinieri con tre grammi di eroina, ma poi rilasciato con divieto di dimora. Lo spaccio di droga, secondo gli inquirenti, serviva per finanziare l'impresa.

Tre giorni fa, al telefono con un connazionale, diceva di aver messo da parte 40 euro, che gli servivano per andare da Ravenna ad Amburgo in treno, via Milano. Dalla Germania sarebbe partito per la Turchia e poi per la Siria. Lo hanno fermato in tempo. Al reclutatore palestinese di Damasco aveva già scritto: «Sto arrivando per la guerra santa in nome di Allah».

di Fausto Biloslavo