Al-Qaeda, quarant'’anni di rabbia scagliati contro quelle altissime Torri

L'’11 settembre 2001 non cominciò alla mezzanotte del giorno precedente, bensì molto tempo prima, l’11 agosto 1988. Fu in quella data, infatti, che ebbe luogo una riunione segreta il cui verbale contiene per la prima volta il termine «al-Qaeda». Un nome nato per caso - significa semplicemente «la base» - a cui Osama stesso non attribuì grande importanza, ma destinato a entrare nella storia mondiale insieme al volto del suo leader carismatico. Ma si può andare ancora più indietro e far risalire l’origine di tutto al novembre 1948, quando uno studente un po’ attempato, il borsista egiziano Sayyid Qutb, sbarcò negli Stati Uniti. Qui nacque e si radicalizzò il suo odio per l’Occidente, la sua modernità e la sua libertà. I suoi scritti, la sua prigionia in Egitto e la sua morte ispirarono la generazione seguente di islamici radicali. Come si vede anche da questi brevi cenni, ricostruire la storia della prima organizzazione terroristica su scala planetaria significa addentrarsi nei meandri della storia mondiale. Un’impresa temeraria, che Lawrence Wright, giornalista del New Yorker, ha affrontato per primo nel suo Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre (Adelphi, pagg. 589, euro 28, traduzione di G. Ferrara degli Uberti).

Quasi seicento interviste, numerosi documenti, fotografie, video, e soprattutto un’instancabile verifica incrociata delle fonti. Non a caso il lavoro di Wright è durato lo stesso tempo - cinque anni - servito a Osama e al medico Zawahiri per elaborare e realizzare l’attacco contro le Twin Towers. Il risultato è strabiliante, la ricostruzione dettagliatissima. Personaggi e scenari emergono in tutta la loro complessità, ma non a discapito del disegno complessivo. Di Osama emerge il carattere duro, la devozione, la salute cagionevole, la voce pacata, il carisma, e quella ricchezza che ha fatto da cemento tra persone e gruppi profondamente diversi per origine e scopi, come gli egiziani di al-Jihad e del «Gruppo Islamico», i palestinesi sunniti di Hamas, i libanesi sciiti di Hezbollah, i mujaiddin e i Taliban afghani, i wahhabiti dell’Arabia Saudita.

Anche sul fronte opposto, l’investigatore dell’FBI O’Neill viene ritratto nella sua complessità di acerrimo nemico del terrorismo e di fedifrago recidivo. Alcune testimonianze indicano le responsabilità delle amministrazioni americane - democratiche e repubblicane - che da un lato sottovalutarono la minaccia, dall’altro finanziarono i regimi egiziano e saudita - nonché Israele - facendone i rappresentanti di un presunto imperialismo e gettando così benzina sul fuoco. Ma il vero punto, nella questione se l’11 settembre potesse essere evitato o meno, fu la rivalità strisciante fra i servizi di intelligence, CIA ed FBI, definita dagli stessi protagonisti «il muro». A lettura finita, si rimane con il rammarico che non sia stato questo muro a crollare, al posto delle Torri.

vincenzillo@hotmail.it