"Arrivai penultimo al Festival del 1984 . E da lì iniziò tutto"

Il cantautore torna a Sanremo e ricorda l'esordio come solista nella categoria big: «Ero poco conosciuto e infatti...»

Di più è difficile. Chi meglio di lui, l'Enrico Ruggeri inarrestabile e creativo, può raccontare gli ultimi trentasei anni di Festival di Sanremo. Ci è già passato in totale undici volte sia come autore che come cantante, ha vinto due volte e convinto quasi sempre, dimostrando che sa davvero scrivere musica. E ora ci andrà di nuovo con un brano molto potente, candidato di diritto al premio della critica (Il primo amore non si scorda mai) e con una cover imprevedibile: A canzuncella degli Alunni del Sole che «sarà divertente cantare in napoletano». Però, in attesa di pubblicare il doppio cd Un viaggio incredibile con nove brani inediti, i suoi classici dall'86 al '91 e pure 4 omaggi a David Bowie, si volta indietro e parla dei suoi Festival: «Una volta era proprio divertente, adesso c'è più organizzazione», spiega durante una interminabile giornata promozionale.

Ad esempio, caro Ruggeri, cosa le viene in mente?

«Ricordo le albe fatte con i Righeira nel 1986 oppure le cene interminabili con Fausto Leali e nel 1987 con Tozzi, quando c'era anche Gianni Morandi e vincemmo con Si può dare di più. La casa discografica diceva di andare a cenare in un ristorante e regolarmente Tozzi rispondeva: No lì non si mangia bene, andiamo là. E ci azzeccava sempre. Umberto è uno che sa vivere bene la vita».

Ruggeri ha debuttato a Sanremo nel 1980 con i Decibel.«Era l'anno della rinascita del Festival dopo il disastro degli anni '70. Fu l'anno del Wojtilaccio di Benigni e del suo bacio alla presentatrice Olimpia Carlisi che doveva durare pochi secondi e invece andò avanti per quasi due minuti. Però diciamo che quasi ogni mio festival ha avuto un evento scandalistico».

Ad esempio?

«Beh nel 1984 ricordo Baudo fendere la polizia schierata per andare a parlare con i manifestanti metalmeccanici che bloccavano l'Ariston. Ma quello fu anche l'anno dei Queen».

Cioè?

«Erano al Festival per lanciare in anteprima il singolo Radio Gaga. In playback. Arrivarono con quattro limousine diverse, fecero le prove e fuori dal palco c'erano quattro tour manager, uno a testa, ciascuno con un accappatoio con il nome del proprietario: Freddie, Brian, Roger e John. I titolari li indossarono e salirono sulle proprie auto. Scena hollywoodiana. In confronto Bruce Springsteen fu un vero rocker». Perché? «Arrivò in furgone con la band e se ne andò subito dopo l'esibizione senza fare troppi casini. Un modo di fare che mi è piaciuto molto. E poi sul Festival ci sono le leggende». Ad esempio?«Nell'epoca Duran Duran e Spandau Ballet si parlava di decine di donne nelle stanze d'albergo e ettolitri di whisky ordinati al bar. E, quando ci fu Fiorello, si narrava di maratone in camera con Anna Falchi...».

Il primo festival di Ruggeri fu da punk con i Decibel.

«E con Contessa sorprendemmo tutti. Allora non c'era internet e noi eravamo appena arrivati da Londra portando look, idee, atteggiamenti e suoni che nessuno conosceva. Non era come oggi che se qualcuno fa qualcosa in Nepal dopo un minuto lo sanno in tutto il mondo».

Il secondo?

«Nel 1984. Arrivai per la prima volta da solo ed ero nel ruolo che nella categoria Big ogni anno è ricoperto da qualcuno: quello non conosciuto dal grande pubblico. E infatti arrivai penultimo. Ma da lì è partito tutto».

Com'è il Festival di Sanremo visto da dentro?

«Un posto dove il mondo esterno viene filtrato con le lenti dell'Ariston. Ad esempio, quando nel 1987 morì Claudio Villa, dietro al palco non ho visto commozione ma solo litigi su chi avrebbe dovuto annunciare la morte in diretta».Ma è così importante vincere?«Mah, dicono che il posto più ambito sia il secondo. Da Felicità di Al Bano e Romina a Che sarà dei Ricchi e Poveri fino al pezzo italiano più cantato nel mondo da trent'anni, ossia L'Italiano di Toto Cutugno, sono tutti arrivati secondi. In 65 edizioni ci sono stati brani che hanno vinto ma non se li ricorda nessuno e brani che sono arrivati penultimi, come Vita spericolata di Vasco, e ce li ricordiamo ancora».

È cambiato più il Festival o ciò che lo circonda?

«Il Festival è sempre lo stesso, è cambiato il Paese. Dopotutto Sanremo è un talent che oggi è diventato il talent dei talent. Ci sono gli anni in cui vincono i Gazosa o qualcun altro, ma solo la vita decide se diventeranno famosi oppure no. In fondo è quello che succede ovunque e in tutti campi no?».