Kesha: per i giudici le accuse di molestie sono troppo vecchie

Il tribunale respinge il ricorso presentato dalla cantante contro la Sony e il producer Dr. Luke: nonostante le richieste di Kesha, non ci sono i presupposti per una condanna

Non c’è pace per Kesha. I giudici hanno infatti rigettato il suo ricorso contro la Sony, chiamata in casa dalla cantante di “Tik Tok” per le presunte molestie sessuali commesse dal producer Dr. Luke ai suoi danni.

In particolare, il giudice Shirley Kornreich della Suprema Corte di New York ha sentenziato che le accuse sono troppe vecchie per deliberare una condanna nei confronti della Sony. Le violenze di cui riferisce Kesha si riferiscono a nove anni fa, quando la cantante - ora 29enne - festeggiava i suoi 18 anni.

Secondo Kesha, il producer avrebbe approfittato dell’ingenuità dovuta alla sua giovane età, promettendole una carriera costellata di riconoscimenti e successi discografici. Le molestie si sarebbero verificate tra il 2005 e il 2008 durante un volo che li vedeva protagonisti e a New York, dove i due erano impegnati nella promozione del primo album di Kesha.

La popstar ha inoltre rivelato di essere stata minacciata da Dr. Luke che, se avesse reso pubbliche le molestie, ci sarebbero state ripercussioni sulla sua carriera e sulla sua famiglia. Da qui la reticenza di Kesha di uscire allo scoperto, solamente nel 2014.

Il tribunale ha però respinto le sue accuse sia perché le accuse si riferiscono a più di otto anni fa e sono ormai cadute in prescrizione sia perché, al momento dei fatti, Kesha era maggiorenne e, quindi, perfettamente capace di intendere e di volere.

Secondo il giudice, non ci sono neanche i presupposti per parlare di discriminazione di genere. “Sebbene le azioni attribuite a Dr. Luke siano avvenute nei confronti di Kesha, che è una donna, le sue dichiarazioni non rendono automatico che Luke avesse dell’odio nei confronti delle donne a causa dei suoi supposti comportamenti violenti verso Kesha. Non tutti gli stupri sono motivati dall'odio nei confronti delle donne” – si legge nella sentenza.