Viaggio nell'elegante passato degli uomini senza futuro

Da Lord Brummell ad Alain Delon. Dopo, il nulla L'Inghilterra lancia l'allarme: lo stile è al tramonto

Il dandismo è un sole al tramonto, diceva Baudelaire: superbo, senza calore e pieno di malinconia. E The Dandy at the Dusk (Head of Zeus, pagg. 370, sterline 25) si intitola non a caso il saggio in stile praziano che Philip Mann dedica a questa figura, colta proprio quando nel XX secolo l'imbrunire si fa sempre più scuro e annuncia la notte fonda di quello successivo, la morte del gusto, la triste consapevolezza che ogni trasgressione è ormai banale convenzione.

Da Beau Brummell, il primo dandy ottocentesco, a Rainer Werner Fassbinder, sua ultima e rovesciata incarnazione novecentesca, l'estetica del brutto come rivendicazione dell'io, Mann ricostruisce il lungo percorso che fra decadentismo e modernismo contempla stili, identità, conflitti, influenze e culture. Lo fa servendosi anche della vita e delle opere di architetti come Adolf Loos, esteti come il duca di Windsor, stilisti come Bunny Roger, cineasti come Jean-Pierre Melville, scrittori come Quentin Crisp e il risultato è un saggio dove moda e arte, cinema e arredamento, storia e letteratura finiscono per intrecciarsi nel racconto di una lunga decadenza in cui ogni soprassalto di vitalità individuale altro non è che una battaglia perduta nella guerra che vedrà vittoriosa la standardizzazione. «Già gli anni Sessanta anticiparono rozzamente una cultura dell'arbitrarietà che nel decennio dei Settanta cominciò a corrodere concezioni consolidate del mondo e che al suo termine le abolì del tutto. Mentre gli anni fra il 1968 e il 1973 appaiono come l'ultimo palcoscenico del dandy e della modernità, l'estetica della modernità sembra davvero essere scomparsa intorno al 1983. Fu anche alla fine degli anni Settanta che la controcultura perse la sua autenticità».

Osserva giustamente Mann che «il dandy ha un passato, ma non ha futuro» e la bellezza è il suo regno proprio perché, effimera e elusiva, si trasforma nel valore che gli permette di sfuggire a una realtà nella quale ormai per lui non c'è posto. Se, stando ancora a Baudelaire, la malinconia è l'essenza della moderna bellezza maschile, quest'ultima nel Novecento si fa ermetica, diventa il volto di Alain Delon in Le samouraï, Le cercle rouge, Un flic, di Jean-Pierre Melville, l'impassibilità e insieme l'economia dei gesti, gli impercettibili cambiamenti d'abito che servono a mantenere un'apparenza che si vuole eterna e il cui prezzo è sempre e comunque tragico, perché l'eternità non ci appartiene.

La stilizzazione della malinconia ha dietro di sé una lunga storia, soprattutto francese. L'amore per la morte e il silenzioso disprezzo per la vita, Barbey d'Aurevilly lo faceva risalire allo Chateaubriand della Vita di Rancé, ed è stato proprio Barbey del resto il primo teorico del dandismo, un'invenzione empirica inglese che appunto un francese si preoccupò di teorizzare e/o spiegare. Nel Novecento, questo fascino struggente e velenoso si è trasformato in vere e proprie pulsioni suicide, la morte di propria mano portata come «un fiore all'occhiello», secondo la sferzante definizione di Jacques Rigaut, il dandy degli anni Trenta amico e «gemello» di Drieu La Rochelle e sua ispirazione per il romanzo Fuoco fatuo. Al cinema sarà Maurice Ronet a interpretarlo e, nota Mann, il suo è il volto della malinconia quando cade la maschera che lo copre, mentre quello di Delon resta imperturbabile sino alla fine.

Maschere, volti, vestiti, accessori, persino l'arredamento sono lì a raccontarci come nel Novecento il dandismo vada verso la sua rarefazione, sempre più rastremato: in un mondo con cui non si vuole avere niente a che fare, l'unico modo per aderire alle cose consiste nella loro totale e definitiva stilizzazione. Poco prima di uccidersi, sarà Drieu a stabilire un parallelo fra la sua vita e le sue cose, una sorta di metafora architettonica fra la sua identità e ciò che le aveva costruito intorno: «Ho contemplato gli oggetti del mio studio con un profondo, sensuale piacere. Come fosse un profumo, tutto pervadeva il mio sentimento di rinuncia, come me stesso, tutto sembrava separato dal mondo e pronto ad andarsene con me».

Il paradosso del dandy, scrive Mann, è nascosto nello scambio di battute che in À bout de souflle Jean-Luc Godard mette in bocca proprio a Melville, chiamato a impersonare lo scrittore Parvulesco. «Qual è la sua più grande ambizione nella vita?» gli chiede Patricia, ovvero Jean Seberg: «Diventare immortale e poi morire» è la risposta. È il tempo il grande nemico del dandy e nel Novecento tempo fa rima con modernità, massa, progresso. Negli anni Venti, uno come il duca di Windsor può ancora illudersi: «Non sono un modernista, perché non sono un intellettuale. Tutto quello che cerco di fare è di stare al passo con i tempi». Trent'anni dopo, lo stilista Bunny Roger si troverà costretto a constatare: «Il mondo è cambiato e tu non puoi cambiarlo con la stessa facilità con cui si cambia un abito». Il tempo porta con sé la moda, qualcosa che per un dandy è un controsenso e un anatema: «Il suo barometro culturale e sociale non può essere deciso da altri. Il dandy si attiene al precetto di ogni arte classica. È la limitazione della forma che genera lo svolgersi del tema»... La moda riguarda le donne, non i dandies, e un uomo alla moda è solo una marionetta vestita. Il tempo porta con sé l'industria e l'industrializzazione, la paradossale illusione di un dandismo democratico, il compromesso impossibile fra l'assoluto individuale e la massa totale. Il risultato è la pletora di miserabili stili di cui si bea la contemporaneità, la perdita della coerenza tra forma e contenuto che la democratizzazione dello stile comporta. L'eleganza, come la bellezza, ahimè, non è democratica.