Viterbo: uccisero 2 donne, ergastolo agli amanti diabolici

La Corte di Assise del Tribunale di Viterbo ha condannato all'ergastolo Paolo Esposito, 41 anni, e l'amante moldava Ala Ceoban, 25 anni, per omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. Uccisero la compagna dell'uomo e la figliastra

Viterbo - Ergastolo agli amanti diabolici e un anno di isolamento diurno. Fine pena mai per Paolo Esposito, 41 anni, e l’amante moldava Ala Ceoban, 25 anni, condannati questa mattina dalla Corte di Assise del Tribunale di Viterbo con una sentenza durissima per omicidio volontario aggravato, occultamento di cadavere e, solo per Esposito, detenzione di materiale pedopornografico. Una sentenza che manda all’aria il maxi pranzo a base di porchetta organizzato nel paesino della Tuscia dagli innocentisti, gli amici dell’elettricista che due anni fa, secondo la giuria popolare, avrebbe ucciso senza pietà la compagna “Tania” e la figliastra nella villa delle Cannicelle.

Un delitto dai contorni inquietanti. Nonostante i cadaveri non siano mai stati trovati, a parlare, e influenzare in parte la giuria, le tracce di sangue, almeno 21 positive, rilevate dal Ris nella cucina dell’abitazione, tutte appartenenti alla donna secondo le comparazioni del Dna affidate ai periti.

Una storia dai contorni da brivido e che inizia con una scomparsa anomala. Il 30 maggio 2009 madre figlia svaniscono nel nulla, nonostante la prima sia stata vista scendere da un bus di linea proprio davanti casa e la seconda sia uscita da scuola ore prima. Nella stessa casa ci sono Paolo e Ala, sorella di Tania e zia della 13enne. I due sono amanti da anni come confermano gli 11mila sms scambiati in tre mesi. Dal 2007 la loro relazione è chiara a molti, a cominciare da Tatiana che scopre un video porno girato da Paolo e Ala. Quello è anche l’anno della battaglia per l’affidamento della piccola Erika, 7 anni, avuta dalla donna con Esposito.

Secondo il pm Renzo Petroselli è lei il movente del duplice delitto: basterebbe sbarazzarsi di madre e figlia per essere il solo ad avere la patria potestà della bimba, quella perduta in aula secondo la stessa sentenza. Paolo e Ala sono colpevoli non solo per aver ucciso: Paolo ben tre giorni dopo dalla sparizione della convivente si reca dai carabinieri ma per denunciare Tania di abbandono di minore. Sarà la madre di Tania, nonna di Elena ed Erika, a precipitarsi da Bologna e far aprire il caso. Loro, nel frattempo, negano la relazione, negano di essere stati assieme quel sabato maledetto e la domenica successiva. Ala, in particolare, porterà i carabinieri del nucleo operativo di Viterbo in giro per un giorno intero a Grosseto, tentando la carta di un alibi farraginoso. “Ero in quel locale con due amici” racconta. Ma non è così. A convincere prima il pm, poi il gip della loro colpevolezza le schede sim intestate a parenti e amici ma in uso ai due amanti. Ala da Santa Fiora va a Gradoli dove si consuma il delitto. Nemmeno un anno di processo, di menzogne e ritrattazioni in aula servono a ricostruire la dinamica degli omicidi. Elena potrebbe essere morta prima della madre, soffocata o strangolata. Qualcuno avrebbe risposto alla mamma che la cercava, dal pullman, alle 17,36: sono 15 secondi di telefonata. Quando Tania arriva cerca la figlia, perde la testa e allora viene fermata per sempre. Esposito lascerà quella casa il giorno seguente, dopo aver ripulito il pavimento e le pareti imbrattate di sangue. Ala rientrerà in Toscana la sera di domenica, congelando per sempre la scena del delitto.

Quando arriveranno gli uomini del Ris Esposito viene indagato per sequestro di persona. Almeno fino al primo luglio 2009 quando viene arrestato. “È stata fatta giustizia” chiosa il pm. “La sentenza riconosce in pieno l’accusa - commenta Luigi Sini, legale di parte civile -, ma non c’è molto da festeggiare”.