“Il crimine è così diventato un prodotto che può essere venduto a tutti e la criminologia si è svilita a showbiz televisivo attraverso l’enfasi data ai casi di cronaca che un tempo erano relegati nelle pagine di qualche rotocalco”. È una citazione tratta dal pamphlet “Pop-crime” del criminologo, perito forense e docente all’università Iusve di Verona Silvio Ciappi, che compie un excursus molto particolare per sfatare false conoscenze sulla criminologia e svelare qualche dettaglio poco noto di crimini celebri.
Dal tentativo di far dichiarare malato di mente lo statista Aldo Moro qualora le Brigate Rosse lo avessero rilasciato alle considerazioni di Pier Paolo Pasolini sulla strage di Bologna, passando per Cesare Lombroso, il mostro di Firenze e poi diversi casi che hanno visto Ciappi operare in prima persona come consulente o perito per procure e tribunali.
Ciappi si muove all’interno di quel tessuto magmatico che è il true crime oggi, spesso sostenuto da un’opinione pubblica che si concentra sul particolare ignorando il globale. Un magma il cui il delitto di Garlasco è una punta dell’iceberg fin troppo in evidenza.
Professor Ciappi, scrive che i delitti oggi hanno cambiato fisionomia. In che senso?
“Vedo un cambiamento qualitativo: la criminalità spesso affonda nel nulla, in ragioni che si fanno fatica a comprendere. A partire dal femminicidio, dall’idea di uccidere l’amore, ovvero uccidere la persona con cui, fino a 5 minuti prima, si era legati da intimità e fusione emotiva. E chi commette questi crimini spesso sono persone che fino all’altroieri erano esenti dal rischio criminalità: non si tratta di sbandati di periferia - certo, esistono anche quelli, così come esiste la criminalità organizzata - ma gli omicidi sono compiuti dalla persona della porta accanto, ed è questo che ci inquieta”.
“Parte della violenza è frutto dell’angoscia”. Ci spiega questo concetto?
“La violenza è frutto di una sorta di smarrimento esistenziale. Se si analizzano i casi di cronaca degli ultimi anni, quelli che conosciamo un po’ tutti, non c’è di mezzo la povertà, l’uso di droga o l’appartenenza a bande malavitose, ma c’è un’angoscia nera di fondo che, nel momento in cui viene meno un appiglio emotivo, riemerge. Un male di vivere sotterraneo. L’angoscia è una paura cui manca l’oggetto, come quando i bambini hanno paura del buio”.
Tuttavia non è cambiato solo questo, ma anche il fatto che, citando il libro, il crimine è diventato un prodotto che può essere venduto a tutti?
“Da un lato c’è un dato, fin da quando un fratello lanciò il sasso per uccidere il fratello. La Bibbia, il primo grande libro, apre con una mystery story. Credo che il crimine affascini oggi più di ieri. Ma ieri quando si parlava di criminalità, si trattava di Aldo Moro, delle Brigate Rosse, delle guerre di camorra: erano questi i grandi temi. Mentre oggi, quando guardiamo i crimini commessi, gli assassini, dal ragazzino veneto al barista di Milano, ci assomigliano molto. Il true crime ci affascina per cercare ragioni e logiche in un mondo illogico e un po’ impaurito, per creare distanza con chi ha commesso il delitto, per dire: noi non siamo così. Dall’altro sublima gli istinti violenti che abbiamo dentro”.
Ci sono conseguenze? Per esempio in termini di emulazione o sul piano umano, quando un’indagine colpisce il privato di chi è indagato o chi è intorno a lui.
“La società ha anestetizzato il dolore, e la tv mette in piazza i fatti degli altri, soprattutto per quanto riguarda gli attori secondari delle vicende giudiziarie, quindi i famigliari dell’autore del reato o della vittima. Mettere le loro vite a nudo diventa un dolore da esibire, come se il dolore esibito non fosse più tale. Viviamo in una società in cui ci piace essere vincenti, affermati, iperperformanti, dove viene imposto di mostrarsi felici, compiacenti, di successo. Anche l’esibizionismo del criminale risponde a questa logica dell’apparire, ma poi tutta questa esibizione alla fine determina una sorta di anestesia emotiva. E all’ennesimo delitto ci deve essere qualcosa di sempre più eclatante. Una delle conseguenze è l’appiattimento emotivo, il tirare fuori delitti che - passato il tempo - potrebbero essere dimenticati - il voyeurismo di massa, l’impossibilità di andare a fondo sulle tematiche, sulle motivazioni psicologiche, sulla vittima. Il delitto riduce la criminologia alla criminalistica”.
In che senso?
“Straparliamo di Dna ma bisogna essere biologi forensi per capirne qualcosa. E tralasciamo invece spesso l’approfondimento sulle possibili motivazioni per cui un ragazzino si alza una mattina e decide di andare a uccidere la persona che ama, la sua fidanzata. Quello che oggi viene chiamato assassino, pervertito, antisociale, criminale, ieri era un ragazzo che studiava all’università. Queste domande non vengono generalmente poste perché presupporrebbero ragionamenti complessi, che non possono essere ridotti nello spazio di una trasmissione televisiva, in cui si schiera tra innocentisti e colpevolisti. E un’altra deriva è che ci si appiglia al pubblico per scrivere le sentenze prima che lo faccia il giudice”.
Perché quando si parla di Satana in un delitto - che sia un vero delirio o un tentativo di farsi passare per incapace di intendere e di volere di un assassino - si scatena spesso la psicosi collettiva?
“Si va a pescare nell’inconscio collettivo, su quello che sta oltre il delitto ovverosia il male. Satana, almeno nella nostra cultura cattolica, è la personificazione del male, dell’avversario. Rappresenta le nostre tentazioni e il male fine a se stesso. Satana è una figura archetipica, e balza subito agli onori della cronaca, perché è quella parte di noi più assurda, inconscia, inquietante Ma c’è un ulteriore aspetto: Satana può arrivare come un’inda e travolgerti, l’equivalente di quando parliamo di raptus. È come quando si viene rapiti da una forza estranea e sconosciuta, e quindi Satana esercita a livello mediatico e popolare un fascino molto forte”.
Oggi di parla molto di violenza di branco, per esempio nel fenomeno dei cosiddetti maranza. In che senso il gruppo ha valenze compensatorie?
“Rispetto all’identità. Se non ho un’identità, la prendo a prestito dal gruppo, detto in maniera semplicistica. La mia mancanza viene compensata dalla pseudoidentità del branco”.
Logica del particolare e revisionismo processuale nell’opinione pubblica: in che modo questi concetti possono essere legati, da Erba a Garlasco?
“Diceva Karl Popper che tanto più la scienza approfondisce la conoscenza, tanto più un oggetto ha la possibilità di essere falsificato. Nei casi di cronaca questo rischia di farci dimenticare tutto il contorno: le motivazioni psicologiche, l’atteggiamento degli autori, dei parenti delle vittime, delle vittime stesse durante la commissione del delitto, tutto quello che accade a processo. L’ossessione del particolare rischia di farci perdere la visione d’insieme, come ci concentrassimo su una piccola porzione di un quadro. I metodi scientifici nei processi sono importantissimi, ma devono essere inseriti all’interno di un ragionamento processuale: io approfondisco la macchia di sangue o il Dna su un tappeto, ma rischio di perdere le motivazioni, il contorno psicologico e sociale dell’autore all’interno del quale il delitto è maturato, il perché. Gli aspetti tecnico-scientifici sono importanti, necessari ma non sufficienti. Nella tragedia greca ci si interrogava sul prima, sul perché: questo è il lavoro del criminologo”.
