Francesca Barra è giornalista e scrittrice. Ha quattro figli, dei quali tre femmine. È sempre stata molto interessata alla battaglia per la libertà delle donne. Con lei parliamo del burqa, cioè di quella specie di scafandro che indossano alcune donne musulmane per coprire il corpo e il volto e renderli del tutto impenetrabili agli sguardi.
Francesca, cosa pensi del provvedimento del governo che proibisce il Burqa a scuola?
«Nel corso degli anni ho provato spesso a interrogarmi su questo. Volevo giudicare senza avere un pregiudizio. Soprattutto perché stiamo parlando di una cultura che non è la mia e di esperienze che non ho mai vissuto. Voglio essere oggettiva. Mi interessa molto il punto di vista degli altri. E quindi ho intervistato delle professioniste e delle studentesse islamiche. Donne che rivendicano di aver scelto di indossare il burqa perché il burqa le fa sentire al sicuro.
Ti hanno convinto?
«No. Per due ragioni. Innanzitutto perché non capisco il motivo per il quale una donna per sentirsi al sicuro debba rinunciare a mostrare il proprio volto e la propria identità. Cosa intendiamo per sicurezza? Per garantire la sicurezza alla donna dobbiamo sottrarla allo sguardo pubblico?».
Sicurezza come rinuncia
«Non va bene. Lavorare in sottrazione è sempre accettare una privazione. Per sentirmi al sicuro evito di indossare un abito, rinuncio ad uscire da sola, mi cancello. È un po’ il discorso che magari una volta si faceva da noi, ma molti anni fa: Non mettere la minigonna, non uscire la sera, resta a casa».
La via della resa.
«Beh, non mi sembra un passo di emancipazione».
Poi c’è il tema della libertà.
«Esatto. Loro dicono: Siamo libere, abbiamo scelto noi di indossare il burqa».
Non è vero?
«Ammettiamo pure che sia vero. Mi chiedo: cosa succederebbe se decidessero di non indossarlo? Sarebbero libere di farlo? Credo di no. Ed è la seconda ragione per la quale non penso che la scelta del burqa sia una scelta libera».
E comunque vedere un uomo a volto scoperto che cammina con accanto la donna a volto coperto, non è un bello spettacolo.
«È la rappresentazione pubblica dell’imposizione di un potere sull’altro. Io non condivido molte posizioni femministe su questo tema. C’è sempre l’imposizione di un potere sulla tua libertà. Alla donna viene detto che la sua presenza in pubblico deve essere contenuta perché potrebbe provocare desiderio, distrazione o turbamento. È il ragionamento che contestò Oriana Fallaci quando tolse il chador di fronte all’Ayatollah».
È un rovesciamento della responsabilità?
«Loro disciplinano le donne anziché chiedere agli uomini di rispettarle. È l’idea di Vannacci. Lui parla del patriarcato meridionale e dice: Noi vi proteggeremo. Ma io non voglio essere protetta, voglio essere rispettata».
Manca il rispetto?
«In strada col burqa, poi in casa ti spogli e ti metti al servizio del maschio. Lì puoi essere bella, donna, seducente, truccata. Fuori però nessuno ti può guardare».
Parliamo dell’Iran. Donne in piazza. Alcune si sono fatte ammazzare per la libertà. Perché le nostre femministe che gridano contro il patriarcato in Italia, poi non fanno un fiato a difesa delle donne iraniane?
«Il diritto alla libertà della donna è una questione né di destra né di sinistra. C’è una grandissima strumentalizzazione del tema che diventa solo tema politico. E questo non è onesto. Succede spesso nel dibattito pubblico. Ti faccio un esempio: il caso Ranucci. La destra lo attacca, la sinistra lo difende. Stop. E in questo modo si tace su alcuni grandi problemi che il caso Ranucci solleva».
Tu dici che destra e sinistra non c’entrano nulla in queste questioni?
«Dico che non devono entrarci. È come se io ora ti dicessi: Io, per quanto sia di sinistra. Non c’è bisogno che lo dica. È una battaglia che deve essere onesta, per rivendicare i diritti di chi non può esprimersi, di chi è stato ucciso, di chi è stato segregato in casa, di chi è stato privato della propria identità».
Trent’anni fa le donne erano tutte unite. Oggi invece c’è un cambio di rotta. Tante donne pur di andare contro il governo dicono: il burqa te lo devi tenere. Perché?
«A me sembra buon senso che chi si siede in una classe mostri il suo volto. Io non sono per l’integrazione ma per l’inclusione. Non credo che la mia cultura sia superiore e debba annullare quella altrui. Però il volto lo devi mostrare».
L’obiezione al provvedimento è: non è il burqa la priorità.
«Anche io non la ritengo una priorità. Non so in quante scuole si siano viste le ragazze col burqa. Non credo molte. Il problema dell’inclusione è molto più grande. E nessuno lo affronta. Addirittura si nega l’insegnamento dell’educazione sentimentale a scuola. Non si fa nulla per educare i maschi al rispetto della donna. E poi sono convinta che le limitazioni, le imposizioni e le regole - quando non sono spiegate e non propongono un rimedio ma solo una punizione - non risolvano nessun problema».
