Anche Pinocchio era un maranza. Parola di Luciana Littizzetto, che nell’ultima puntata di Che tempo che fa ha deciso di dedicare la sua tradizionale letterina ai genitori dei ragazzini protagonisti delle devastazioni nel centro di Milano. Un monologo sulla difficoltà di crescere un adolescente, sulla solitudine dei giovani e sulla responsabilità delle famiglie. Con un paragone, però, che lascia quantomeno perplessi: quello tra il burattino di Collodi e chi prende a calci le vetrine dei negozi.
La comica torinese parte da una situazione precisa: un genitore che riceve una telefonata dalla questura e scopre che il figlio è stato fermato dalla polizia. La vergogna, l’angoscia, il senso di fallimento. E soprattutto una domanda: dove ho sbagliato? La Littizzetto prova a raccontare il disagio degli adolescenti, la rabbia che esplode senza preavviso e la difficoltà degli adulti nel comprendere comportamenti apparentemente inspiegabili.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema arriva quando il tentativo di comprendere rischia di trasformarsi in una lettura fin troppo indulgente della violenza. “Si sfascia perché si è vuoti di senso, si è soli, pieni di rabbia, di furore”, sostiene la comica. Una spiegazione che lascia sullo sfondo un particolare tutt’altro che secondario: devastare un negozio non è una normale manifestazione del disagio adolescenziale. È un atto di violenza che produce danni, ha delle vittime e comporta delle responsabilità. Anche quando a compierlo sono dei minorenni.
Ma il passaggio più singolare arriva nel finale, quando la Littizzetto scomoda addirittura Carlo Collodi. “E ricordati che il più grande personaggio della letteratura italiana è Geppetto, il papà di Pinocchio, che anche lui era un bel maranza. Collodi non lo dice, ma secondo me Pinocchio le vetrine dell’IKEA o della Foppapedretti le avrebbe sfondate volentieri”. Il ragionamento prosegue con l’elogio di Geppetto, il padre che non abbandona il figlio nonostante le sue continue disobbedienze. “Però Geppetto non molla mai. Ama talmente quella testa di legno che ha messo al mondo che lotta, si danna l’anima, si fa inghiottire addirittura da una balena, ma alla fine riesce a far diventare il suo burattino un bambino vero. Se ci è riuscito lui…”.
Il messaggio è chiaro: i genitori non devono arrendersi. Un principio difficilmente contestabile. Peccato che tra le marachelle di Pinocchio e le vetrine sfondate nelle strade di Milano ci sia una differenza piuttosto sostanziale. Comprendere il disagio dei ragazzi è necessario, così come aiutare le famiglie a recuperarli. Ma riconoscere la sofferenza non significa attenuare la gravità delle loro azioni. E soprattutto non può diventare un modo per trasformare chi devasta una città nell’ennesima vittima delle proprie inquietudini. Perché Geppetto sarà anche un modello di pazienza e amore paterno, ma difficilmente Collodi avrebbe scambiato una devastazione per una ragazzata.
