Il woke non basta a riempire i cataloghi. E soprattutto non basta a convincere gli spettatori a rinnovare l’abbonamento. Netflix perde colpi e, mentre Wall Street aspetta i risultati finanziari del terzo trimestre 2026 - in programma oggi dopo la chiusura della Borsa americana - nel quartier generale del colosso dello streaming iniziano a cadere le prime teste. La società ha annunciato il taglio di circa mille posti di lavoro, il 6% del personale, mentre ai vertici dei contenuti è in corso una vera rivoluzione. Dopo l’uscita della responsabile globale Bela Bajaria, sostituita dall’ex dirigente Disney Peter Rice, è arrivato anche l’addio di Dan Lin, numero uno della divisione cinematografica. Un terremoto che fotografa le difficoltà di un gigante abituato a dominare il mercato.
I numeri raccontano una situazione tutt’altro che rassicurante. Il titolo Netflix ha perso circa il 26% dall’inizio dell’anno, mentre la crescita del tempo trascorso dagli utenti sulla piattaforma mostra segnali di affaticamento. Non significa che l’azienda sia sull’orlo del fallimento, tutt’altro: i ricavi continuano ad aumentare e gli abbonati superano quota 325 milioni. Ma il vento è cambiato. La concorrenza di Youtube e TikTok, capaci di catturare l’attenzione con contenuti gratuiti, si fa sempre più aggressiva. Secondo i dati Nielsen citati da Reuters, negli Stati Uniti il pubblico trascorre su YouTube quasi il doppio del tempo dedicato a Netflix. A complicare il quadro ci sono gli abbonamenti sempre più cari: negli Usa il piano Premium ha raggiunto i 26,99 dollari mensili.
E poi c’è il problema dei contenuti. Netflix investe miliardi, sforna produzioni a ritmo industriale, ma fatica a replicare con continuità fenomeni globali come Stranger Things e Squid Game. Un’offerta sterminata che non sempre si traduce in qualità. Ed è proprio qui che entra in gioco un’altra questione, quella dell’ossessione woke. Perché negli ultimi anni il colosso ha attirato pesanti critiche per la presenza di messaggi ideologici, rappresentazioni identitarie e scelte editoriali giudicate da una parte del pubblico più attente all’agenda inclusiva che alla forza delle storie. Il rischio è evidente: quando una sceneggiatura diventa un manifesto, l’intrattenimento finisce in secondo piano. E lo spettatore, che paga per divertirsi e non per ricevere lezioni, può decidere di guardare altrove.
Le polemiche, del resto, non sono mancate. Nell’ottobre 2025 Elon Musk aveva invitato a boicottare Netflix per i contenuti transgender destinati ai più giovani, prendendo di mira la serie animata “Dead End: Paranormal Park”. E nel giugno scorso la questione è arrivata perfino all’assemblea degli azionisti, con una proposta che chiedeva di valutare i rischi economici e reputazionali delle scelte editoriali considerate politicizzate. La mozione è stata bocciata a larghissima maggioranza, ma il dibattito è ormai aperto.
Sia chiaro: attribuire al woke tutte le responsabilità della crisi sarebbe una forzatura. Ma liquidare le contestazioni come semplici capricci conservatori sarebbe altrettanto comodo. Il pubblico chiede grandi storie, personaggi memorabili e prodotti all’altezza dei prezzi richiesti. Non sermoni confezionati in forma di serie televisiva.
Adesso Netflix prova a cambiare passo, tra licenziamenti, nuovi dirigenti e una strategia editoriale tutta da ripensare. I conti trimestrali diranno quanto è profonda la frenata. Una cosa, però, è già chiara: nell’industria dell’intrattenimento non basta sentirsi dalla parte giusta della storia. Bisogna anche saperne raccontare una.
