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Cronaca giudiziaria

“I miei amici mi hanno detto di andare a fare la rivolta”, “Non ero molto consapevole”. Le difese dei fermati dopo gli scontri a Milano

Dalle parole dei ragazzi maggiorenni emerge una partecipazione alla piazza come “sfogo collettivo” durante il quale si è perso “il controllo dei propri impulsi”

Scontri in piazza del Duomo a Milano durante la manifestazione 'Italia in piazza' del 17 Ottobre 2026. ANSA/MATTEO CORNER // Clashes during a protest organized by the Italia in Piazza movement in Milan on 17 October 2026. ANSA/MATTEO CORNER

Dagli interrogatori dei fermati a Milano a seguito degli scontri di piazza emerge un quadro molto chiaro sulle ragioni che hanno spinto molti ad andare in piazza per distruggere la città. “Ero a Cesano Boscone e stavo aspettando il bus per andare a Buccinasco e lì ho incontrato alcuni miei amici (...) mi hanno detto di andare in Duomo a Milano a ‘fare la rivolta’ con loro e io sono andato”, ha spiegato un 19enne al gip Fabrizio Filice, raccontando i motivi per i quali si trovava in mezzo agli scontri.

“All’inizio stavo urlando gli slogan che gridavano tutti e che riguardano problemi come la benzina e le scuole che cadono a pezzi, inclusa quella in cui sono andato io (...) ho iniziato a lanciare le cose quando la polizia ha iniziato a lanciare i lacrimogeni (...) all’inizio non ero molto consapevole delle ragioni della manifestazione, ma quando siamo scesi dalla metro c’era una signora che diceva a tutti le ragioni (...) e ci ha detto che quando si fanno queste cose si devono fare per bene, io l’ho ringraziata”, ha proseguito. Insomma, scendere in piazza e farsi arrestare perché lo fanno tutti e replicare con lanci di oggetti contro gli agenti quando questi, facendo il loro lavoro, tentano di disperdere l’assembramento non autorizzato.

Un altro, 21enne, ha spiegato di aver partecipato perché “circa una settimana prima mi era arrivato su TikTok un video in cui si chiamava a questa manifestazione di protesta per il carovita e io ho deciso di aderire perché nella mia famiglia stiamo vivendo un periodo di forte difficoltà economica a causa del fatto che l’azienda dove lavora mio padre sta facendo di tutto per licenziarlo”. E ha aggiunto che “quando ho detto che mi sono fatto influenzare da quanto stava succedendo, intendevo dire che la rabbia per la situazione che sta vivendo la mia famiglia è montata alla luce di quella situazione e ho fatto cose come lanciare pietre, che se tornassi indietro non rifarei”. Quindi ha ammesso gli addebiti mossi dal pm, dimostrando che il suo scopo, come quello di altri, era “sfogare” in modo violento “e incontrollato una rabbia maturata anche in relazione a difficoltà economiche e familiari correlate a problematiche sociali ed economiche più ampie”. Il passamontagna che indossava, ha ammesso lo stesso 21enne, “me lo sono portato dietro (...) perché era un oggetto un po’ scenico”.

Il gip ha spiegato che in una “situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, molti giovani “perdono completamente il controllo dei propri impulsi” e diventano a loro volta “attori violenti e antisociali”. La convocazione tramite i social “conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani” che, dopo aver perso il controllo per la situazione in cui si sono venuti a trovare agiscono “in totale contrasto con i valori della nostra Costituzione che, al contrario, delinea un assetto sociale e istituzionale imperniato sul ripudio della violenza e sulla libera dialettica degli attori politici secondo il metodo democratico”.

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