A oltre trent’anni dagli omicidi di Nicole Brown Simpson e Ronald Goldman, il caso che sconvolse gli Stati Uniti torna al centro dell’attenzione. Un’inchiesta del New York Times, basata su documenti giudiziari rimasti segreti per decenni e nuove testimonianze, riporta alla luce una pista mai chiarita: il possibile coinvolgimento di Joseph “Joey” Ippolito, trafficante di droga con legami con la criminalità organizzata e amico di O.J. Simpson e del suo storico confidente Al Cowlings. Secondo le informazioni emerse, Ippolito avrebbe saputo che fine avesse fatto l’arma del delitto, mai ritrovata, e potrebbe aver contribuito a occultarla.
Gli omicidi
Il 12 giugno 1994 Nicole Brown Simpson, ex moglie della star del football americano, e Ronald Goldman furono uccisi a coltellate davanti alla casa della donna a Los Angeles. Gli investigatori raccolsero diversi elementi che collegavano Simpson alla scena del crimine, tra cui tracce di sangue, impronte delle scarpe compatibili con le sue e un guanto di pelle. Un altro guanto, compatibile con quello trovato sul luogo degli omicidi, fu rinvenuto nella sua abitazione con tracce di sangue di entrambe le vittime. Cinque giorni dopo i delitti, Simpson si sottrasse alla polizia. Ne seguì un inseguimento a bordo di un Ford Bronco bianco guidato da Cowlings, trasmesso in diretta televisiva e seguito da milioni di americani. Il processo penale si concluse nel 1995 con l’assoluzione dell’ex campione di football. In un successivo procedimento civile, invece, Simpson fu ritenuto responsabile delle morti e condannato a risarcire i familiari delle vittime. Simpson, morto nell’aprile 2024 a 76 anni, aveva inoltre pubblicato il libro If I Did It, nel quale proponeva una ricostruzione ipotetica degli omicidi che contemplava l’aiuto di un’altra persona.
Chi era Joey Ippolito, l’uomo al centro della nuova pista
Joseph Ippolito, conosciuto come Joey, era cresciuto negli ambienti della criminalità organizzata del New Jersey. Nel 1981 era stato arrestato per un traffico di circa 20 tonnellate di marijuana dalla Colombia a Long Island e aveva scontato tre anni di carcere. Trasferitosi a Los Angeles alla fine degli anni Ottanta, aveva iniziato a gestire il ristorante italiano PCH Bar & Grill a Santa Monica, frequentato anche da personaggi noti. In quel periodo aveva stretto amicizia con Cowlings e, attraverso di lui, con Simpson. Nel 1993 era stato condannato a dieci anni per traffico di cocaina. Nel maggio 1994, otto mesi dopo la condanna, era evaso da un carcere della Florida, riuscendo a tornare a Los Angeles. Arrestato nuovamente nell’agosto 1995, aveva iniziato a collaborare con le autorità federali, fornendo informazioni anche sui presunti tentativi di Simpson di disfarsi dell’arma del delitto.
I documenti segreti
Secondo il New York Times, un memorandum federale del dicembre 1996, reso pubblico solo di recente, descriveva Ippolito come una fonte particolarmente preziosa per gli investigatori. Le informazioni da lui fornite riguardavano l’arma utilizzata negli omicidi e i presunti tentativi di Simpson di occultarla e sottrarsi alle autorità. Il resoconto di Ippolito sarebbe arrivato ai procuratori di Los Angeles quando il processo era ormai alle battute finali; l’accusa aveva già presentato il proprio caso alla giuria. L’uomo non fu chiamato a testimoniare. Un ulteriore elemento è emerso dal racconto del fratello Sam, che ha riferito al quotidiano di trovarsi a Los Angeles con Joey la notte degli omicidi. Secondo la sua versione, il fratello sarebbe uscito dicendo di dover aiutare un amico e sarebbe tornato più tardi con le mani apparentemente sporche di sangue e una borsa contenente un oggetto pesante. Sam ha sostenuto che Joey gli avrebbe chiesto di disfarsi della borsa, nella quale si sarebbe trovato il coltello, e di averla gettata in un cassonetto vicino a un cantiere. Ha inoltre affermato di aver sentito il fratello dire a Cowlings, durante una telefonata, che quella notte stava “aiutando” Simpson. La testimonianza resta però controversa. Dopo aver ribadito le accuse per mesi, Sam ha cercato di ritrattarle, sostenendo di non riuscire più a distinguere con certezza ciò che era realmente accaduto dai propri ricordi. Il quotidiano ha inoltre riferito che avrebbe chiesto un compenso per il suo racconto. Anche altre persone vicine a Joey hanno contestato l’ipotesi di un suo coinvolgimento.
Il caso resta aperto, ma mancano prove definitive
Le nuove rivelazioni non chiariscono definitivamente quanto accadde quella notte e non sono emerse nuove prove forensi che dimostrino il coinvolgimento di Ippolito. David Kelley, l’ex procuratore federale che aveva descritto l’uomo come una fonte preziosa, ha dichiarato al New York Times di non credere che fosse coinvolto negli omicidi. Anche l’ex procuratrice Marcia Clark ha riferito di non essere stata a conoscenza di Ippolito e delle informazioni che avrebbe fornito. Il Dipartimento di polizia di Los Angeles ha confermato che l’indagine sui due omicidi è ancora aperta. Un portavoce ha spiegato che, in assenza di una condanna penale, gli investigatori hanno il dovere di continuare a seguire eventuali nuove piste. Ippolito è morto nel 2006. Le informazioni emerse potrebbero contribuire a riesaminare alcuni aspetti della vicenda, ma non bastano, allo stato attuale, a stabilire se Simpson abbia avuto un complice né quale sia stata l’eventuale responsabilità di Ippolito.
