Le vicende della Global Sumud Flotilla finiscono al centro di un’inchiesta giudiziaria che potrebbe aprire un nuovo fronte nei rapporti tra Italia e Israele.
La Procura di Roma ha ricostruito un quadro di abusi sistematici ai danni degli attivisti italiani fermati dalle autorità israeliane durante le missioni umanitarie dirette verso la Striscia di Gaza. Percosse, minacce di morte, privazione del sonno, mancata assistenza sanitaria e condizioni di detenzione degradanti sono alcuni degli elementi emersi dalle indagini coordinate dal procuratore capo Francesco Lo Voi e dai pubblici ministeri Stefano Opilio e Lucia Lotti.
Il procedimento, avviato in seguito a un esposto presentato da 50 cittadini italiani che avevano partecipato alle missioni, prende in esame ipotesi di reato particolarmente gravi: tortura, sequestro di persona, lesioni, rapina e danneggiamento.
Secondo quanto comunicato dalla Procura capitolina oggi, gli accertamenti condotti dai carabinieri del Ros e dagli investigatori dell’antiterrorismo hanno consentito di ricostruire le modalità degli abbordaggi, i trasferimenti verso il territorio israeliano e le condizioni imposte agli attivisti durante la detenzione.
Gli investigatori italiani hanno esaminato le diverse fasi delle operazioni, individuando anche persone appartenenti alle catene di comando militari e di polizia coinvolte. Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda il luogo in cui sono avvenute le intercettazioni delle imbarcazioni. Secondo la ricostruzione della Procura, gli abbordaggi si sarebbero verificati in acque internazionali, al di fuori delle acque territoriali israeliane, e sarebbero avvenuti in violazione del diritto internazionale marittimo. Durante le operazioni, stando agli accertamenti riferiti, sarebbero state distrutte apparecchiature utilizzate per trasmettere in diretta le immagini della missione e sequestrati dispositivi elettronici appartenenti ai partecipanti.
Ma è soprattutto quanto sarebbe accaduto dopo l’intercettazione delle imbarcazioni a costituire uno degli elementi più gravi dell’inchiesta. Gli attivisti sarebbero stati ammassati durante il trasferimento verso il porto israeliano di Ashdod, per poi essere condotti nella struttura carceraria di Kzi’ot, nel deserto del Negev. Qui, secondo la Procura, si sarebbe sviluppato un sistema di soprusi che avrebbe accompagnato i fermati dalle procedure di identificazione fino al loro rilascio.
Gli investigatori riferiscono di aver accertato percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo rivolte a numerosi partecipanti. A queste condotte si sarebbero aggiunte privazioni materiali e psicologiche: il diniego ripetuto di generi alimentari essenziali, l’assenza di assistenza medica anche in presenza di necessità urgenti, condizioni igienico-sanitarie precarie e la privazione del sonno. Un altro capitolo riguarda le garanzie legali: gli attivisti non avrebbero potuto beneficiare di un’adeguata assistenza da parte dei propri difensori, né comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche italiane.
Un altro importante capitolo della vicenda riguarda l’identificazione dei vertici politici e militari israeliani coinvolti nelle operazioni. Tra gli indagati figurano infatti il ministro della Difesa Israel Katz e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, insieme a ufficiali dell’esercito, responsabili della Marina e dirigenti degli apparati di sicurezza e penitenziari.
Sarebbero complessivamente 13 le persone individuate nell’inchiesta. Tra queste il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, Eyal Zamir, l’ex comandante della Marina David Saar Salama e il capo della polizia Daniel Levy. Le indagini interessano anche i responsabili del carcere di Kzi’ot e delle unità incaricate della custodia e del trasferimento dei fermati. Particolarmente grave la posizione di Ben-Gvir, già finito al centro delle polemiche per un video diffuso sui social che mostrava gli attivisti inginocchiati e ammanettati nel porto di Ashdod.
Il quadro investigativo si è ulteriormente aggravato con l’esame degli episodi relativi alla seconda missione verso Gaza, organizzata tra aprile e maggio scorsi. Secondo la Procura, le modalità degli interventi israeliani avrebbero riprodotto quelle già documentate nella prima spedizione, ma con un livello di violenza ancora maggiore: percosse inflitte al buio, utilizzo di dispositivi elettrici taser e impiego di proiettili di gomma contro i partecipanti.
La vicenda giudiziaria, inoltre, non riguarda più soltanto l’Italia. I magistrati romani hanno partecipato a un incontro di coordinamento presso Eurojust, l’agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale, insieme ai rappresentanti di altri dieci Paesi impegnati in indagini analoghe: Portogallo, Spagna, Francia, Svezia, Polonia, Belgio, Paesi Bassi, Australia, Finlandia e Slovacchia.
