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Magistratura

“Ecco i registi delle rivolte”. Violati i profili su Telegram

Un gruppo tedesco pubblica nomi e numeri dei presunti amministratori di una delle chat del 17 ottobre. Contattati, si difendono: “Ma noi non c’entriamo nulla”

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«Sappiamo chi c’è dietro le chat del 17 ottobre». Un gruppo di hacker etici tedeschi avrebbe stanato gli amministratori di una delle chat Telegram collegate al Movimento 17 ottobre e agli scontri di piazza che hanno infiammato Milano sabato e domenica scorsa, dove da giorni si evoca anche l’uso di droni armati di molotov da scagliare contro le forze di polizia che nel weekend avranno il compito di difendere la sicurezza della città. Nella «guerra ibrida» di cui parla il ministro della Difesa Guido Crosetto scendono in campo «i buoni», chi vuole difendere la bellezza e la democrazia della Rete dagli usi strumentali dei facinorosi. Il gruppo Der Enzite si vanta di aver «doxxato», ovvero scardinato, la privacy di una di queste chat, creata secondo la rivendicazione degli hacker tedeschi «da un gruppo di estremisti di sinistra che hanno organizzato le rivolte e hanno distrutto i negozi ispirandosi al metodo francese, che non ha risparmiato neppure le auto». Nell’elenco risulterebbero italiani e stranieri (c’è anche un russo), alcuni anche con un profilo Facebook privato, ognuno con il loro nickname, il cellulare e in qualche caso la provenienza geografica. «Pubblichiamo i loro dati perché hanno violato il codice penale, come ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio», si legge. Il Giornale ha provato a telefonare a diversi numeri. Hanno risposto solo tre persone, due studenti universitari più che ventenni (uno appartenente a un preciso gruppo universitario di matrice politica) e uno straniero sulla trentina. Tutti hanno naturalmente escluso qualsiasi coinvolgimento con la rivolta, uno di loro ci ha rivelato - dopo aver registrato la conversazione telefonica, tanto sprovveduto non ci è sembrato - di essere stato contattato in giornata da Telegram perché vittima di un attacco hacker. Un altro ha ammesso di aver ricevuto altre telefonate di giornalisti, non ha negato l’iscrizione alla chat incriminata, segno che evidentemente gli hacker tedeschi hanno colpito nel segno, un altro ancora ci ha contattato su whatsapp prima della chiusura del Giornale con un italiano stentato dicendosi vittima di «una brutta sorpresa».

Secondo gli hacker tedeschi questa frangia di facinorosi si sarebbe separata dal gruppo «Italia in piazza», considerato troppo liberale. A capo di questa chat ci sarebbero due persone, nome in codice 1234 e Greca. Poi ci sono una sfilza di nickname come danzamacabra, moroco o soffio. Ad alcuni nomi corrisponde un profilo Instagram: come sam_buca, un solo video degli scontri milanesi, lo slogan united we stand, divided we ambush (insieme resistiamo, separati facciamo imboscate) e qualche migliaio di visualizzazioni. Nelle intenzioni degli hacker questo elenco è destinato agli inquirenti: «Presto o tardi la Digos busserà alle loro porte, molti di loro hanno una foto profilo quindi non hanno idea di ciò che stanno facendo». Altri account sono invece nuovissimi, creati pochi giorni prima della rivolta e commentati con dei bot legati alla Russia. Dietro i movimenti europei di protesta secondo questi hacker etici ci sarebbe il Carc, l’hub islamo-marxista che starebbe finanziando anche la propaganda. Che vogliano fare sul serio si capisce da un paio di file audio che il Giornale è riuscito a scaricare, in cui si ipotizza l’uso di droni per lanciare molotov, come faceva la primissima resistenza ucraina contro l’invasore russo. In uno dei documenti disponibili su questa chat (da cui è facile essere cacciati velocemente) si collegano gli scontri a una precisa strategia terroristica ma anche politica: «L’Italia è già in guerra con il popolo palestinese e con il popolo yemenita, con la Russia, con l’Iran, e si prepara a guerre ancora più devastanti», si legge. Ma per farlo il governo italiano «esige la pace sociale sul fronte interno ottenuta con ogni mezzo Ed è proprio questa la sfida che dobbiamo affrontare: rompere la pace sociale, metterci di traverso ai piani di guerra dello Stato e delle imprese e banche, batterci contro l’instaurazione dello Stato di polizia».