«Ci è salita un po’ la roba, cioè intendo la rabbia»: così si giustifica davanti al gip uno dei giovani finiti in carcere per le devastazioni in centro a Milano dello scorso fine settimana. Ma il giudice, che lunedì ha interrogato per le convalide i primi cinque maggiorenni arrestati sabato, dipinge nelle sue ordinanze un quadro molto più grave: i fatti di sabato e domenica dimostrano che «è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico». Dopo gli interrogatori il gip Fabrizio Filice ha disposto il carcere per quattro degli indagati, mentre il quinto è stato messo ai domiciliari con il braccialetto elettronico (non avrebbe partecipato ai disordini, ma avrebbe «solo» avuto una colluttazione con un agente, per divincolarsi). Le accuse sono, a vario titolo, di devastazione e saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni invece, degli 11 fermati nella prima giornata di scontri, e interrogati ieri, il Tribunale per i minori ha deciso cinque collocamenti in comunità e sei «permanenze in casa» (una sorta di domiciliari). Nessuno è finito al Beccaria, anche se la Procura per i minorenni chiedeva tre custodie in carcere.
Nei prossimi giorni saranno interrogati gli altri 24 minorenni, quelli arrestati domenica. I maggiorenni hanno tra i 24 e i 18 anni, quattro sono italiani e uno è straniero. I minorenni hanno per lo più 15-16 anni, ci sono anche tre 14enni. La maggior parte è nata in Italia, hanno sia cognomi italiani sia cognomi stranieri. Scrive ancora il gip nelle ordinanze che il rischio che quello che è successo «possa accedere di nuovo nel breve termine è altissimo». Lo dimostra il fatto, tra l’altro, che già dal giorno dopo «si sono diffuse nuove convocazioni via social (...) con le quali si invitano i giovani a rendere “permanente” la mobilitazione e a mantenere un profilo decisamente violento e insurrezionale». Per il giudice, «è più che plausibile che l’autoconvocazione via social della protesta fosse già preordinata alla realizzazione delle violenze, sotto un’insegna volutamente generica e indeterminata», come la lotta al carovita, e «l’organizzazione delle proteste non sembra ruotare intorno a una specifica istanza sociale, bensì perseguire il deliberato scopo di dare sfogo a una violenza indiscriminata e incontrollata». Gli inquirenti indagano su quanto ci fosse di programmato nelle devastazioni e su una eventuale «regia» dietro i disordini.
La situazione in piazza ha fatto da «detonatore esponenziale della violenza».
Tutti i giovanissimi in quella circostanza «di sfogo collettivo di rabbia e violenza» hanno perso il controllo, diventando «antisociali» e agendo «in totale contrasto con i valori della nostra Costituzione». Gli indagati, poco più che ragazzini, «all’udienza di convalida» sono «apparsi spaesati e spaventati», sottolinea il giudice. Uno di loro ha spiegato di essere arrabbiato, perché l’azienda di suo padre «sta facendo di tutto per licenziarlo». Un altro ha raccontato: «Stavo aspettando il bus» e «ho incontrato alcuni miei amici (...), mi hanno detto di andare in Duomo a Milano a “fare la rivolta” e io sono andato». Intanto lunedì 13 ragazzi, con precedenti, sono stati fermati durante i controlli della polizia per prevenire nuovi episodi di guerriglia e nei loro confronti la Questura ha emesso l’ordine di allontanamento.
