Crolla anche l’ultimo gigante d’argilla di Mani Pulite, condannato in via definitiva per il reato più odioso: la violazione del segreto d’ufficio. Dopo una camera di consiglio terminata in tarda serata è diventata definitiva la sentenza che inchioda Piercamillo Davigo sulla fantomatica «Loggia Ungheria». Ha deliberatamente rivelato i verbali dell’avvocato Piero Amara che gettavano ingiustamente fango sul suo ex amico e compagno di corrente Sebastiano Ardita pur di ostacolarne i successi. Non pago della prima condanna del 2024, Davigo ha scelto di fare ricorso in Cassazione per ben tre volte, e gli è andata sempre male. Anzi, peggio. Perché per anni ha sostenuto che l’eccesso di impugnazioni fosse un’arma in mano ai potenti per farla franca. A lui non è riuscito, i punti chiave della sua condanna hanno retto agli appelli bis di Brescia e oggi financo al Palazzaccio. Davigo, da consigliere del Csm, ha partecipato in concorso morale a rivelare i segreti investigativi a lui confessati in segreto - dentro la sede dell’organo di autogoverno della magistratura - dal pm milanese Paolo Storari, convinto che Ardita e altri facessero parte di una presunta loggia segreta. Non pago di aver spifferato queste risultanze anche all’allora vicepresidente del Csm Davide Ermini, Davigo era convinto che in quanto consigliere togato non ci fosse alcun segreto investigativo e quindi ne diffuse i contenuti anche «su supporto informatico». Per i giudici sussiste sia il reato di concorso morale nella rivelazione del segreto d’ufficio, sia il reato di divulgazione del segreto.
«Con la condanna definitiva di Piercamillo Davigo per i delitti da lui commessi ai danni di Sebastiano Ardita si chiude finalmente nel modo giusto la pagina più buia del Csm del quale condannato e vittima furono componenti. Spiace registrare come il dottor Ardita, a partire delle infamie mosse contro di lui nel 2020 per il solo fatto di essere un uomo di Stato dalla schiena dritta, abbia continuato a essere bersaglio di manovre di palazzo fino a tempi recenti», dice al Giornale il legale di Ardita Fabio Repici. Il magistrato catanese, a cui di recente il Csm ha negato due promozioni importanti, l’ultima come aggiunto alla Direzione nazionale antimafia, preferisce non commentare: «Tendo a perdonare e dimenticare, specie quando mi danno ragione». Invano il Procuratore chiesto per una parte delle rivelazioni (quelle fatte ai componenti del Csm) l’annullamento senza rinvio. La richiesta di «salvare» Davigo era stata formulata da Marco Patarnello è il magistrato di Md secondo cui «Giorgia Meloni era più pericolosa di Silvio Berlusconi».
