C’è una pena che non compare in nessun codice, che nessun giudice ha pronunciato e che nessuna sentenza potrà cancellare. È quella inflitta dal tempo. Renato Cortese e altri quattro funzionari di polizia la scontano da tredici anni, senza che lo Stato sia ancora riuscito a stabilire definitivamente se siano colpevoli o innocenti. Hanno conosciuto la condanna, l’assoluzione, un’altra condanna. Adesso la Cassazione li rimanda davanti a una Corte d’appello per il terzo giudizio. Il reato contestato (inesistente) per il sequestro di Alma Shalabayeva si è prescritto. Rimane l’accusa (anche questa evanescente) per la figlia, che nel 2013 aveva sei anni. E rimane un fatto che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore la giustizia: per decidere se cinque uomini debbano scontare una condanna, lo Stato ha già impiegato più tempo di quanto quella pena potrebbe durare. Non è soltanto il fallimento di un processo. È il rovesciamento della sua ragione d’essere: uno strumento nato per accertare le responsabilità che finisce per infliggere una sofferenza indipendente da qualsiasi verdetto.
Cortese non è un poliziotto qualunque. Ha dedicato la vita alla caccia dei latitanti, contribuendo alla cattura fra gli altri di Giovanni Brusca e Bernardo Provenzano. Ha combattuto Cosa nostra, la ‘ndrangheta e i clan romani, arrestato criminali, diretto investigatori. Ora, insieme a Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma, deve affrontare un altro processo. Non perché sia emersa una nuova accusa, ma perché la giustizia non è ancora riuscita a pronunciare una parola definitiva su quella vecchia.
La storia comincia nel maggio 2013. Gli uomini della Squadra mobile di Roma cercano il latitante Mukhtar Ablyazov, ex ministro kazako ricercato attraverso i circuiti internazionali di polizia. Nella villa di Casal Palocco non trovano lui, ma la moglie Alma Shalabayeva, che esibisce un passaporto ritenuto falso. La donna e la figlia Alua vengono successivamente rimpatriate in Kazakistan. Da quell’operazione effettuata secondo la legge, nasce l’accusa di sequestro di persona. Una condanna. Poi l’assoluzione perché il fatto non sussiste. La Cassazione annulla. Un nuovo processo. Un’altra condanna, nonostante il procuratore generale avesse chiesto l’assoluzione. E ora un rinvio dalla Cassazione per nuovo processo d’appello.
Non si tratta di rivendicare un’immunità per chi indossa una divisa. I poliziotti rispondono delle proprie azioni come ogni cittadino. Questo caso riguarda chiunque possa trovarsi un giorno davanti a un tribunale. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a consumare tredici anni della propria esistenza nell’attesa che la giustizia riesca ad accertare una responsabilità.
La prescrizione non è un’assoluzione. Il nuovo appello non è una condanna definitiva. Cesare Beccaria, più di due secoli e mezzo fa, ammoniva: «Il processo medesimo dev’essere finito nel più breve tempo possibile». Aveva compreso che l’incertezza prolungata può diventare essa stessa una forma di sofferenza. Quella lezione sembra dimenticata. E questo procedimento ci ricorda che il problema non è soltanto arrivare a una sentenza giusta, ma arrivarci prima che il processo abbia già prodotto danni irreparabili.
Perché la giustizia deve saper punire chi è colpevole. E deve avere altrettanta cura di non infliggere una pena, attraverso il processo, a chi potrebbe essere innocente. Altrimenti non è soltanto il cittadino a perdere fiducia nello Stato. È lo Stato a tradire la ragione stessa per cui amministra la giustizia.
