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Magistratura

La Procura di Napoli e gli accertamenti sulle “infiltrazioni”

Per il Viminale “soggetti imparentati con i clan”. I leader dei Forconi Richichi e Ferro. E “il gigante buono” Zangari

Antonio Zangari

Nicola Gratteri è figlio di un camionista. Lo dice lui, quasi per scusarsi: forse non sono obiettivo. Il procuratore di Napoli, parlando dalle piazze della sua Calabria, Soverato, Crotone, Vibo, Pizzo, dove ha visto «donne, bambini e anziani esasperati», dice che chi blocca l’Italia «lo fa perché è disperato» e che le mafie padrone della protesta, «a oggi», non risultano. Poi torna in ufficio e la sua procura apre accertamenti sui presidi campani: autisti avvicinati da uomini col volto coperto, minacce, gomme tagliate a chi voleva ripartire. Non è una contraddizione.

È il punto esatto in cui si trova questa storia: la disperazione è vera, ma attorno alla disperazione qualcuno si muove. Il Viminale parla di «soggetti imparentati o appartenenti a clan». Nordio dice che è «molto probabile» che la mafia sfrutti i blocchi. L’impressione è che in questa stagione calda, da Nord a Sud, si muovano interessi diffusi in cirillico, persiano o i tanti pizzini che appestano il Mezzogiorno. Lollobrigida invita a studiarsi «qualche casellario giudiziario». Nomi, però, nessuno. A Reggio Calabria Falcomatà chiede le prove: «Non servono capri espiatori». È questa la linea di faglia. Da una parte lo Stato che vede l’ombra, dall’altra chi tifa per il caos. Le proteste senza padroni sono porte aperte, e dalle porte aperte entra di tutto. Prima, però, di chiedersi chi è entrato, conviene guardare chi c’era già.

C’è Giuseppe Richichi, che a Catania tutti chiamano Zu Pippo. Viene da una famiglia di carrettieri, è salito sul camion del padre da bambino, la licenza elementare l’ha presa da adulto. Nel gennaio 2012, con i Forconi, fermò la Sicilia fino a svuotarne i supermercati. Quattordici anni dopo ha rotto con il comitato che trattava con Salvini, perché troppo morbido, ed è rimasto ai caselli di Misterbianco e San Gregorio fino all’ultimo. È uno di quelli che non chiedono il permesso. C’è Mariano Ferro, l’imprenditore di ortaggi di Avola che nel 2011 inventò i Forconi. C’è Salvatore Bella, che ha fondato il Comitato trasporto siciliano il giorno prima del fermo e ha chiamato le grandi associazioni «scatole vuote».

C’è Antonio Zangari, da Polistena, che sui social chiamano il «gigante buono». Il primo ottobre, allo svincolo di Pizzo, piangeva davanti al cordone della polizia: «Aiutateci, non ce la facciamo più». Il video ha fatto il giro dei telefoni, lo ha rilanciato perfino il partito di Vannacci. A luglio il tribunale di Vibo lo ha condannato in primo grado a quattro anni per associazione a delinquere e ricettazione, senza l’aggravante mafiosa. Giura di essere innocente: «Mi infangano perché sono scomodo». C’è Vincenzo Parisi, delegato dei camionisti campani del polo di Carinaro, che quando la polizia sgombera i caselli di Caserta e Mercato San Severino annuncia che i tir si sono spostati a Pontecagnano. In Calabria c’è Mario Pansini, coordinatore di Fedralog, che sospende il fermo ma avverte: ora i fatti. Poi ci sono i tiktoker catanesi che filmano i presidi in diretta e rivendicano: «Senza di noi i giornalisti non sarebbero mai venuti».

C’è infine chi non ha nome. Oggi alle 13, mentre il Consiglio dei ministri approvava il decreto, a Napoli decine di tir sono partiti da via Bausan e hanno percorso via Marina a passo d’uomo, i clacson accesi, fermandosi qualche minuto al varco del porto e ripartendo, entrata e uscita, entrata e uscita. Una coreografia studiata per protestare senza commettere il reato di blocco stradale. La tregua di ieri è un tempo sospeso.