La macchina del tempo. L’attacco della Meloni, la replica ruvida dell’Associazione nazionale magistrati e dei vertici del tribunale di Milano. Sembra di essere tornati indietro di quindici anni, quando il Cavaliere e le toghe incrociavano le spade. «La nostra piena solidarietà alla gip di Milano - si legge in un comunicato dell’Anm - oggetto di un attacco scomposto da parte della Presidente del consiglio». Non basta. «Le decisioni dei magistrati - prosegue la nota - si possono contestare nel merito e impugnare all’interno dei procedimenti. La delegittimazione dei colleghi, persino da chi ricopre le più alte cariche istituzionali, è invece un ormai consueto esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno stato di diritto». Parole pesantissime.
E anche la chiusa è polemica, in un turbinio di scintille: «Un esercizio insopportabile». Insomma, il sindacato delle toghe e Meloni sì fronteggiano e ciascuno tiene le posizioni, senza arretrare di un millimetro. Per l’Anm Giorgia Meloni delegittima la magistratura: un’accusa che veniva rivolta a Silvio Berlusconi. Allora però il Cavaliere era sotto processo, uno dopo l’altro, e le strategie difensive si mischiavano con le questioni politiche. Oggi il cortocircuito si innesca sull’atteggiamento delle istituzioni nei confronti del presunto leader delle manifestazioni di piazza che hanno travolto Milano.
È il buonismo della gip o la semplice applicazione della norma? Garantismo e difesa della legalità. Gip e Procura su due posizioni opposte. Lontanissime. Anche sul fermo non convalidato e dunque sconfessato. Tiziana Landoni, la giudice, affronterà un altro caso delicatissimo e controverso, quello di Ramy in cui alcuni carabinieri devono rispondere incredibilmente di omicidio stradale. Meloni è tranchant: secondo lei un potere dello Stato smonta quello che l’altro costruisce. Per l’Anm quelle della premier sono gomitate inaccettabili. Ma anche il presidente del tribunale di Milano, Fabio Roia, un magistrato notissimo, e la presidente della sezione gip/gup Ezia Maccora rispondono per le rime: «Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, ricoprenti anche cariche istituzionali, sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza reale o mascherata - degli istituti giuridici di uno Stato di diritto. L’attività di polizia giudiziaria e di valutazione successiva del pm sono soggette a un rigoroso vaglio rimesso a un giudice terzo chiamato a valutare anche gli elementi proposti dalla difesa dell’indagato». Insomma, il giudice deve fare il giudice e il capo del governo, che pure non viene nominato, non può emettere verdetti sprezzanti.
Tornano i temi dell’interminabile guerra andata in scena per almeno vent’anni. I giudici, se sbagliano, possono essere corretti dai loro colleghi e non additati davanti alla Corte d’assise dell’opinione pubblica. Il punto è che le correzioni non arrivano oppure non sono percepite da un pezzo del Paese. Per molti, le toghe sono legate o contigue all’opposizione. Ma pure dal Csm partono bordate intinte nel sarcasmo. Ernesto Carbone, membro laico di un consiglio ormai agli sgoccioli, offre alla premier «un ripasso di educazione civica». E si concentra con la «lezione uno» sulla divisione dei poteri: «Ognuno fa il suo mestiere. Sovrapporli non è un’originale interpretazione della democrazia, è il modo più rapido per smettere di averne una». Suonano le sirene. Ma le abbiamo già sentite tante volte.
