Potrebbe infittirsi la rete che vede Youssef Siher deus ex machina delle mobilitazioni antagoniste in mezza Italia. E le tracce sembrano portare proprio a Brescia, luogo d’origine del ricercatore 30enne. La data x resta il 17 ottobre: mentre Milano veniva sfasciata, Brescia diventava teatro di scontri con gli agenti nel cuore della città. Per quei fatti sono stati denunciati in quindici, tutti tra i quattordici e i diciassette anni, per la maggior parte italiani di seconda generazione. Sono ritenuti responsabili di aver gettato sassi e pietre contro le forze dell’ordine e indagati a vario titolo per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, lancio di oggetti atti a offendere e travisamento. Nelle loro abitazioni gli inquirenti hanno trovato passamontagna, bastoni, manganelli e abiti scuri come quelli usati negli scontri in piazza. Ma tra gli indagati c’è anche un 31enne, attivista di un gruppo anarchico del Bresciano, che secondo la Digos di Brescia avrebbe istigato i ragazzini ad agire con violenza spiegando loro cosa fare e come muoversi. In casa sono state trovate più di 20 bombe carta. Tutti i membri del «gruppo bresciano» avrebbero fatto parte di varie chat riconducibili a Youssef Siher e alla moglie, anche antecedenti a quella del «Movimento 17 Ottobre». Quelle chat potrebbero allora essere state il «laboratorio» del futuro gruppo Telegram che in poche ore avrebbe radunato circa 10mila iscritti. Resta da capire se Siher abbia avuto un ruolo attivo nella mobilitazione di Brescia e se avesse legami con il mondo anarchico. Di certo non sfugge agli inquirenti la prossimità geografica: Siher - nato in una delle valli bresciane da una famiglia di origini marocchine - è cresciuto in provincia e a Salò ha frequentato le scuole superiori. Nell’hinterland bresciano ha vissuto fino al suo trasferimento a Milano e proprio in quegli anni potrebbe aver stretto legami con chi ha poi manifestato nella città della Loggia. Ma su questo stanno indagando ancora la Digos e l’Antiterrorismo, insieme alla Polizia postale. La famiglia di Siher, nella piccola Mazzano, ha scelto la linea del silenzio assoluto chiudendosi nel massimo riserbo e rifiutando qualsiasi contatto o commento. In paese li descrivono come persone appartate e schive.
