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Magistratura

“Quei depistaggi di Scarpinato”. La sentenza che inguaia il grillino

Il dispositivo depositato ieri a Caltanissetta: l’ex pm e oggi senatore nel 2024 concordò con Natoli l’audizione in Antimafia. Al centro la riunione di Palermo 5 giorni prima la morte di Borsellino

Se la Consulta smaschera il flop di Scarpinato

«L’attività depistante» di Scarpinato, la sua «attività di inquinamento» e l’archiviazione che 34 anni fa lui e Guido Lo Forte, a Palermo, nascosero a Paolo Borsellino, isolato e lasciato esplodere cinque giorni dopo in via D’Amelio senza che nessuno l’avesse neppure mai interrogato su ciò che sapeva, e che, da solo e in segreto, aveva raccolto anche sulla morte di Giovanni Falcone. È ciò di cui parla la devastante sentenza di archiviazione di 644 pagine depositata ieri mattina a Caltanissetta: un decreto in cui il senatore dei Cinque Stelle Roberto Scarpinato è immortalato come un inquinatore della verità giudiziaria, e, nondimeno, un depistatore dei tentativi della Commissione Antimafia di ricostruire la verità storica.

C’è davvero molto che non si era mai letto né visto: compresa un’alleanza che comprende le indagini del procuratore Salvatore De Luca e, ora, questa archiviazione firmata dal giudice Santi Bologna che sembra sposare l’attività della magistratura di Caltanissetta col lavoro della Commissione di Chiara Colosimo e, soprattutto, con il fondamentale e percussivo contributo di Fabio Trizzino, che è il legale della famiglia Borsellino e il genero di Paolo. All’appello, ora, ma non da oggi, manca solo una libera stampa disposta a fare la sua parte.

Ma torniamo al decreto, che archivia un procedimento contro ignoti ma non archivia ancora la posizione di Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone (arriverà un’altra puntata, quindi) i quali sono altri due magistrati già protagonisti di archiviazioni imbarazzanti nel 1992, prima che i medesimi si rilanciassero, nell’era Caselli e dopo la cattura di Totò Riina, in un «nuovo» corso che in parte cercò di occultare il ruolo della magistratura nel vecchio.

È lo stesso sistema in cui Scarpinato si ritrovò «a difendere la gestione eufemisticamente scellerata di mafia-appalti» alla quale aveva contribuito «fidandosi dei Dott.ri Lo Forte e Pignatone», ma questo «non è una scusante a favore del Dott. Scarpinato», si legge.

Non c’è pietà neppure per il magistrato Guido Lo Forte, il quale per decenni «ha mentito» sull’importanza del pentito Leonardo Messina ascoltato da Borsellino; «ha mentito» al Csm quando disse che Falcone aveva ricevuto il dossier Mafia-appalti due giorni prima di andare via da Palermo, e non, molto prima, dal Ros dei Carabinieri; ha detto il «falso», Lo Forte, anche nel processo per il depistaggio di via D’Amelio quando disse che ignorava le indagini del sostituto catanese Felice Lima sul pentito Giuseppe Li Pera, che a Palermo avevano completamente scelto di ignorare dopo che cominciò a parlare.

Ma veniamo all’oggi, o quasi. Il 18 gennaio 2024 Roberto Scarpinato preparò con Gioacchino Natoli (intercettato da Caltanissetta) l’audizione che quest’ultimo doveva rendere in Commissione Antimafia: concordarono il racconto della riunione in Procura a Palermo (14 luglio 1992) in cui fu nascosta a Borsellino l’imbarazzante e parziale archiviazione del troncone principale di Mafia-appalti. Scarpinato: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione». Scarpinato a quella riunione non aveva neppure partecipato. L’archiviazione, però, l’aveva firmata. Ora, secondo il giudice Santi Bologna, la successiva audizione di Natoli in Antimafia del 1° febbraio 2024 ha confermato l’inquinamento «in senso a sé favorevole», e la conclusione è inequivoca: «Borsellino, della richiesta firmata il giorno prima da Scarpinato e Lo Forte, non fu volutamente informato né prima, né nel corso della riunione del 14 luglio 1992». Cinque giorni dopo, con Borsellino morto da tre, il procuratore capo Pietro Giammanco - uomo di ambigue frequentazioni e sempre salvaguardato dalla sua corporazione - appose il suo visto sull’archiviazione. I racconti di un Paolo Borsellino informato ora sono finalmente giudicati «contributi dichiarativi oggettivamente inattendibili».

È un contributo serio alla vera storia di quegli anni: nonostante, a nasconderli, abbia contribuito per decenni la stessa magistratura; i verbali resi al Csm dai colleghi di Borsellino sono stati desecretati ufficialmente il 22 gennaio 2020, e neppure tutti: ne risulteranno ancora «riservati» e inaccessibili alcuni di Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, desecretati solo il 20 luglio 2022; l’ex magistrato Luca Palamara, parlando nel 2021 in Commissione antimafia, disse che tutto quel segreto era per non rimettere in discussione «gli equilibri politico-istituzionali che governavano il mondo interno della magistratura». Prima di allora, per poter utilizzare quelle e altre carte (anche nei processi) avvocati come Basilio Milio e Francesco Romito avevano dovuto insistere per anni e anni dopo aver cominciato a chiederle nel 2011. Che cosa c’era da nascondere? Molte cose: tra queste che l’inchiesta Mafia-appalti avrebbe anticipato Tangentopoli (come Antonio Di Pietro ha testimoniato a processo nel 2019, puntando il dito contro la procura di Palermo) perché l’indagine dei Ros dei Carabinieri raccontava già un intreccio di mafiosi, imprese e politica nella spartizione dei lavori pubblici. Giovanni Falcone ne aveva seguito lo sviluppo, Borsellino cercò segretamente di ricomporne i pezzi sinché fu in vita: i suoi colleghi della Procura intanto separavano, frantumavano e infine archiviavano ogni fascicolo sino alla consunzione. Il decreto reso noto ieri mattina conferma l’interesse per Mafia-appalti come concausa delle stragi di Capaci e soprattutto di via D’Amelio: non unica, ma decisiva. Il 25 giugno 1992, pubblicamente, Borsellino annunciò che avrebbe testimoniato a Caltanissetta: non fu mai ascoltato. Ma l’annuncio del magistrato contribuì a portare il suo assassinio «in cima alla lista delle operazioni da compiere», e il suo isolamento in Procura, e la maggiore esposizione al pericolo, sono indicati anche dal decreto di Santi Bologna come precondizioni della strage.

Anche l’ex magistrato Giuseppe Pignatone, uno che era presidente del Tribunale vaticano due anni fa, nel 1992 «ha mentito» al Csm come pure ha fatto Lo Forte: riscrivevano il passato coi morti appena sepolti. Il padre di Pignatone controllava la Sirap al centro delle indagini, e la famiglia Pignatone comprava immobili dal gruppo mafioso PiazzaBonuraBuscemi; anche Guido Lo Forte comprò casa dalla stessa società. «Giammanco, Lo Forte e Pignatone», si legge, nascosero a Borsellino anche un fascicolo sui rapporti fra mafia e imprese come la Ferruzzi di Gardini; lavoravano nello stesso palazzo, ma le carte non circolavano. Un testimone chiave, Giuseppe Li Pera, già nel giugno 1992, aveva raccontato il sistema politica-imprese-mafia al magistrato Felice Lima di Catania, e Palermo certo non era «al buio» rispetto a queste indagini catanesi: ma Lo Forte ha negato tutto, e Felice Lima si ritrovò sottoposto a procedimenti penali e disciplinari per iniziativa della procura di Palermo. Nel 2021 Lo Forte ha detto: «Quando apprendemmo dell’esistenza delle dichiarazioni rese da Lipera a Lima, l’ufficio inviò una relazione al Ministero e al Csm». «Quando apprendemmo», dice: ma in procura a Palermo già lo sapevano, lo stesso Lo Forte aveva firmato una segnalazione a proposito.

Poi arrivò un’altra Italia: Tangentopoli, il crollo dei vecchi equilibri, con gli uomini delle precedenti scelte che si ritrovarono di fronte alle nuove. Scarpinato, Lo Forte e Natoli dovevano sostenere l’accusa nel processo Andreotti, e il prestigio richiesto da Gian Carlo Caselli e dalla sua nuova Procura finì per proteggere anche la storia della vecchia: e contribuì a nascondere delle verità che solo ora cominciamo a intravedere. Nella nuova Italia, il 17 maggio 1993, Lo Forte e Scarpinato chiesero l’arresto di Antonino Buscemi, Giuseppe Lipari, Claudio De Eccher e Domenico Favro, per i quali avevano chiesto l’archiviazione l’anno prima, con Borsellino vivo: nuove dichiarazioni e riscontri che si aggiunsero a elementi però per buona parte già esaminati. Le anomalie che riguardano Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato, conclude il giudice Santi Bologna, non sempre rientrano «solamente nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti». La verità dovuta alla famiglia Borsellino comprende quindi chi gli nascose le carte mentre lui era vivo. E chi, sopravvissuto al vecchio sistema, cercò di sopravvivere anche al racconto delle proprie responsabilità.