La manifestazione è finita, ma per Milano è arrivato il momento di fare i conti con i danni. Le vetrine in frantumi, i negozi saccheggiati e gli arredi urbani distrutti restituiscono l’immagine di una città ferita. Mentre gli operatori lavorano per ripulire le strade, commercianti e lavoratori devono capire come riparare ciò che è stato danneggiato e tornare alla normalità. Il corteo del 17 ottobre, organizzato per protestare contro il carovita e altre questioni sociali, è degenerato in scontri con le forze dell’ordine, danneggiamenti e saccheggi. Le tensioni sono proseguite anche il giorno successivo, quando nuovi gruppi hanno preso di mira negozi e attività commerciali del centro. Per gli episodi del primo giorno sono state arrestate 16 persone, undici delle quali minorenni, mentre altre 22 sono state denunciate. Ma accanto alla cronaca degli scontri c’è una realtà che rischia di restare sullo sfondo: quella di chi la città la vive e la costruisce ogni giorno. Persone che si alzano all’alba per andare al lavoro, commercianti che investono i propri risparmi in un’attività, dipendenti che devono garantire il servizio anche quando le strade sono ancora segnate dalla devastazione. Per loro, quei danni non sono immagini da scorrere sullo smartphone, ma problemi concreti da affrontare.
Lo sfogo del 23enne diventato emblema
È in questo scenario che si inserisce il video diventato virale sui social realizzato da Ferena Lenzi e condiviso anche da Matteo Salvini.
Protagonista è un ragazzo di 23 anni, ripreso mentre, davanti a una vetrina distrutta, esplode in uno sfogo carico di rabbia. Le sue parole sono dure, senza filtri, e raccontano la frustrazione di chi vede nella violenza la negazione di tutto ciò che vorrebbe difendere. “Io non sopporto più queste persone. Conosco un sacco di gente che viene da tutto il mondo e si impegna e alle 5 del mattino viene qua a lavorare”, dice il giovane.
Il suo discorso si fa sempre più acceso: “Mi hanno rotto i c****ni. Non ce la faccio più”. Poi il riferimento alla sicurezza e alla paura per le persone care: “Poi loro vengono qua e va tutto bene. Poi se stuprano mia figlia e mia sorella ne riparliamo”. Un’affermazione che esprime tutta la rabbia e i timori. Nel mirino finisce anche la politica. “Che venga qua la Schlein a dire tutte queste cazzate”, dice, rivolgendosi alla segretaria del Partito democratico, Elly Schlein. Il giovane torna quindi a parlare di sé e del futuro che desidera: “Io non sopporto più questa gente. Ho 23 anni, voglio vivere nella felicità”. È una frase che cambia il tono del discorso e restituisce il senso della sua protesta; la richiesta di poter immaginare una vita serena, senza ritrovarsi a fare i conti con la distruzione e la paura.
Poco prima, il ragazzo aveva richiamato anche il lavoro delle generazioni precedenti, con parole che diventano il centro emotivo del filmato: “Mio nonno ha costruito questo”. Un riferimento ai sacrifici di chi ha contribuito a costruire la città, le sue attività e il tessuto sociale. La parte finale dello sfogo si chiude con un appello dai toni combattivi: “E dobbiamo vincere noi!”.
Il diritto di manifestare non giustifica la violenza
La rabbia del ragazzo è la risposta più vera e “sana” sugli scontri: come distinguere le ragioni di una protesta dalle azioni di chi sceglie di devastare? Manifestare è un diritto fondamentale e le difficoltà economiche, il costo della vita e le richieste di maggiori tutele meritano di essere ascoltati. Ma spaccare vetrine, saccheggiare negozi e aggredire le forze dell’ordine non rende più forti quelle rivendicazioni, anzi le azzera. A pagare le conseguenze sono anche persone che non hanno alcuna responsabilità negli scontri. Una vetrina distrutta può significare spese impreviste, giornate di lavoro perse e il timore che quanto accaduto possa ripetersi. È questa la realtà che emerge dall’altra parte della protesta: quella di chi chiede che il proprio lavoro, i propri sacrifici e gli spazi condivisi vengano rispettati.
Ferena Lenzi: “Documentare non significa condividere”
Il filmato è stato realizzato da Ferena Lenzi, attraverso il profilo Instagram ferenalenzi.studio, nell’ambito di un reportage su Milano. Dopo la diffusione del video, l’autrice è intervenuta per contestare le ripubblicazioni senza autorizzazione e le interpretazioni politiche che, a suo avviso, ne hanno alterato il contesto. Nelle sue storie Instagram, Lenzi ha precisato: “Documentare la reazione di un passante non significa condividerne le opinioni né sostenere le posizioni e le strumentalizzazioni di chi ripubblica il filmato”. Il video, al di là delle interpretazioni politiche che lo hanno accompagnato, porta al centro una questione concreta: il diritto di protestare non può cancellare quello degli altri di lavorare e vivere in una città sicura. Lo sfogo di un singolo ragazzo non rappresenta automaticamente l’opinione di tutti i milanesi, ma restituisce la frustrazione di chi vede distrutti luoghi e attività che fanno parte della propria quotidianità. E chiede, prima di ogni altra cosa, di poter guardare al futuro senza paura.
