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Magistratura

“Come cavallette”. L’allarme degli inquirenti: la piaga si allarga ad altre città

Il pericolo è che gli assalti siano replicati in altre città. Le difficoltà di contrastare le “cavallette” under 14

The Levi's and Under Amour stores on Via Orefici, near Cordusio, also in the Piazza Duomo area, were looted during the tensions in central Milan, where protesters continued to damage shop windows and stores, Milan, 18 October 2026. ANSA/PAOLO SALMOIRAGO

«C’è il rischio di cronicizzazione». Le parole di un inquirente che coordina le indagini sulla guerriglia di Milano raccontano una paura che va ben oltre le quarantotto ore di devastazioni, saccheggi e scontri nel cuore della città. Il timore è che Milano diventi un modello da emulare. Che gli assalti si ripetano, che altre città ne seguano l’esempio. Senza bisogno di una regia criminale, di un’organizzazione politica, di qualcuno che impartisca ordini. Bastano una chat, un appuntamento sui social, un messaggio che passa da un telefono all’altro. E una folla di ragazzini pronta a muoversi dalle periferie verso il centro, dove si concentra tutto ciò che desiderano e non possono permettersi. Per prenderlo. Non per guadagnarselo. Per saccheggiarlo.

È questa la prima, inquietante lettura che gli inquirenti stanno dando alle informative della polizia giudiziaria. Non una nuova organizzazione criminale. Non un movimento politico clandestino. Un fenomeno sociale che si trasforma in emergenza di ordine pubblico. E che racconta le contraddizioni di una città prima ancora che le difficoltà dei suoi apparati di sicurezza. Milano, la capitale della ricchezza e delle opportunità, ha costruito negli anni muri invisibili fra il centro e le periferie, fra chi può permettersi tutto e chi può soltanto guardare. Muri che la politica e l’amministrazione non sono riuscite ad abbattere. E che ora vengono attraversati da ragazzi per i quali il desiderio di possedere sembra avere smarrito il rapporto con il lavoro, il sacrificio, le regole. Non cercano soltanto di entrare nel mondo dei privilegiati. Ne assaltano le vetrine.

Sarebbe troppo semplice chiamarla rivolta dei poveri. Perché la povertà, da sola, non spiega nulla. C’entrano l’educazione, le famiglie, la perdita di autorevolezza degli adulti, il senso di appartenenza, la convinzione che ciò che non si può ottenere sia legittimo prenderselo. È dunque un fatto sociale che investe tutti. Non soltanto chi governa Milano, non soltanto le periferie dalle quali arrivano questi ragazzi. Riguarda la scuola, i genitori, le istituzioni, una società che ha smesso di interrogarsi abbastanza su ciò che accade alle generazioni più giovani. E che adesso scopre il problema quando quelle generazioni sfondano le vetrine.

C’è però un altro elemento che preoccupa. Mentre gli investigatori cercano di comprendere un fenomeno che, allo stato delle indagini, non appare riconducibile a una regia politica o criminale, una parte della sinistra radicale prova a intervenire sulla vicenda, offrendo assistenza legale ai ragazzi fermati e tentando di dare una dimensione politica alla protesta. Il diritto alla difesa non si discute. La questione è un’altra: il rischio che l’assistenza si trasformi in strumentalizzazione, che qualcuno provi a mettere il proprio cappello su una guerriglia nata da ragioni ben diverse da una battaglia ideologica.

Molti dei giovanissimi bloccati, secondo quanto riferiscono gli investigatori, avrebbero meno di quattordici anni e sarebbero dunque non imputabili. Per loro non ci sarà un processo penale per quei fatti. Resta, invece, un problema educativo e sociale che nessun avvocato e nessuna bandiera possono risolvere da soli. Le famiglie hanno bisogno di aiuto, i ragazzi di essere recuperati, le istituzioni di capire come impedire che tutto accada di nuovo. Trasformarli in simboli di una battaglia politica rischierebbe di allontanare proprio quella risposta.

È qui che l’allarme degli inquirenti assume il suo significato più profondo. La cronicizzazione non si combatte soltanto con gli arresti, né con una difesa politica indiscriminata di chi ha partecipato alle violenze. Richiede di riconoscere le responsabilità individuali e di affrontare le cause sociali. Perché una guerriglia senza registi può trovare rapidamente qualcuno disposto a rappresentarla. E ciò che oggi appare come un’esplosione spontanea potrebbe diventare domani un appuntamento ricorrente.

Milano non ha visto arrivare le cavallette. Ora deve evitare che tornino. E soprattutto impedire che qualcuno, anziché cercare di fermarle, finisca per indicare loro la strada.