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Nazionale

L’incredibile sparata di Giannini sui teppisti: “Uno sfogo che ci deve essere”

Dopo gli assalti alla polizia, il giornalista da Fazio invoca l’emarginazione e solleva un polverone in rete

Massimo Giannini

Mentre Torino, Milano e le altre grandi città fanno i conti con due giorni di guerriglia urbana, con decine di arresti e oltre cento agenti feriti soltanto nella giornata di sabato, c’è chi trova il modo di parlare di emarginazione. Di disagio giovanile. Addirittura di uno sfogo che “ci deve essere”. Parole che lasciano sconcertati, quelle pronunciate da Massimo Giannini durante “Che Tempo Che Fa”, il programma condotto da Fabio Fazio sul Nove. Perché una cosa è interrogarsi sulle difficoltà delle nuove generazioni, un’altra è cercare una spiegazione sociologica persino davanti a certi episodi.

Il ragionamento del giornalista è tutto incentrato sulle condizioni sociali dei ragazzi protagonisti delle violenze: “Che cosa testimoniano questi violenti? L’emarginazione. Che si tratti di seconde generazioni o che si tratti di adolescenti italiani, molti sono italiani - non sono mica tutti maranza - testimoniano di una condizione giovanile drammatica che noi facciamo finta di non vedere. In Italia ci sono le seconde generazioni, centinaia di migliaia che non possono diventare cittadini e non si integrano e si sentono esclusi. Ci sono un milione e duecentomila NEET, cioè ragazzi che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Ci sono quasi un milione di hikikomori, ragazzi che vivono chiusi nella loro cameretta, adolescenti per lo più, non parlano più con nessuno a partire dai loro genitori e chattano soltanto sul web”.

Ecco, viene spontaneo chiedersi che cosa c’entrino i ragazzi che non lavorano, quelli che non studiano o gli adolescenti che soffrono di isolamento sociale con le bande di facinorosi che hanno trasformato Torino e Milano in un campo di battaglia. Davvero dobbiamo scomodare gli hikikomori per spiegare le violenze contro le divise? Davvero l’emarginazione può diventare la chiave di lettura degli assalti ai negozi e delle aggressioni agli agenti? Il disagio sociale esiste, naturalmente. Ma non può diventare un comodo paravento dietro il quale nascondere responsabilità individuali ben precise. Anche perché migliaia di giovani affrontano ogni giorno difficoltà economiche, familiari e personali senza sentire il bisogno di devastare una città.

Ma il passaggio più discutibile deve ancora arrivare. Giannini prosegue: “Questa è la condizione giovanile di oggi che trova una scuola per la quale in Italia spendiamo la metà, 58 miliardi, di ciò che l’anno prossimo spenderemo per pagare gli interessi sul nostro debito pubblico. Allora, se questa è la realtà, in qualche modo, da qualche parte questo sfogo ci deve essere, ci sarà. Va compreso ma non giustificato”.

Va compreso ma non giustificato. E qui casca l’asino. Perché nessuno contesta la necessità di studiare le cause del disagio, di investire nell’istruzione o di affrontare i problemi delle periferie. Ma come si può parlare di uno sfogo che “ci deve essere” davanti a scene di guerriglia urbana? Come si può chiedere comprensione per chi aggredisce uomini e donne in divisa, costretti a fronteggiare lanci di pietre, bottiglie e bombe carta? E soprattutto, perché ogni volta che qualcuno sceglie deliberatamente la violenza bisogna correre a cercare una spiegazione che rischia di attenuarne le responsabilità?

Sia chiaro: Giannini precisa che quelle violenze non devono essere giustificate. Ma è proprio la sua conclusione a rendere discutibile l’intero ragionamento. Perché definire lo sfogo quasi inevitabile significa rischiare di trasformare una scelta individuale in una conseguenza naturale delle condizioni sociali. E non funziona così. Chi commette violenze all’interno di una scuola non sta esercitando un diritto. Chi assalta un negozio non sta denunciando il disagio delle periferie. Chi devasta una piazza non sta chiedendo una scuola migliore. Sta commettendo un reato. Punto.

Del resto, le parole del giornalista hanno provocato dure contestazioni anche in rete. Nei commenti comparsi sotto gli articoli che rilanciano il suo intervento non mancano le critiche, spesso particolarmente aspre. C’è chi gli ricorda che le devastazioni hanno vittime e conseguenze concrete, chi contesta la ricerca di attenuanti sociali e chi osserva, polemicamente, che sarebbe interessante conoscere la sua reazione se a essere distrutta fosse una sua proprietà. Un’indignazione che fotografa la distanza tra certe interpretazioni televisive e la rabbia di chi vede le città messe a ferro e fuoco.

In ordine sparso, tra quelli privi di turpiloquio: “Ma la finite di giustificare sempre i delinquenti?”, “L’ultima volta che vi siete così spesi nelle giustificazioni sono arrivate le Brigate Rosse”, “È allucinante difendere l’indifendibile!!! E io sono di sinistra!!!!”. Non è mancata una stoccata del nostro direttore Tommaso Cerno: “Questo signore non mi ha salutato a un festival (menomale) perché l’ho criticato per una sua frase sugli handicappati che secondo lui non hanno una vita. Picchiateli pure tanto il suo giornale difende perfino il tribunale della Sharia! Bravi gli ebrei che fischiano l’Anpi”. Colpito e affondato.

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