Lo scorso 15 ottobre un gruppo di manifestanti con il volto coperto fa irruzione al Palace Theatre di Londra. Di lì a poco sarebbe iniziato lo spettacolo
Harry Potter and the Cursed Child in una nuova versione, ridotta rispetto all’originale. Nessuno degli attivisti per i diritti trans, che si sdraiano sul red carpet in segno di protesta, ce l’ha con il maghetto di Privet Drive. Tutto il loro odio è per la sua «mamma»: J.K. Rowling, ormai da anni vittima di minacce e intimidazioni. Qualche giorno più tardi l’autrice della saga fantasy più venduta al mondo (quasi 500 milioni di copie tradotte in decine di lingue diverse) pubblica online un lungo scritto che è «un aggiornamento al mio saggio del giugno 2020» (An Update to My Essay of June 2020, il titolo) e spiega che non basta più contrastare l’ideologia di genere, tanto cara al progressismo woke, nel dibattito pubblico ma serve passare ai fatti. Questo perché, dal suo primo scritto, il fronte che porta avanti la causa trans è diventato talmente potente da aver contagiato istituzioni e sindacati, media e mondo accademico, politica ed élite culturali.
Tutto ha inizio quando la Rowling decide di esporsi prendendo le parti di Maya Forstater, una consulente fiscale licenziata a causa di alcuni tweet giudicati «transfobici». Da lì è un crescendo di attacchi. I social le incollano addosso l’appellativo «Terf», ovvero «femminista radicale escludente le persone trans». Lei, però, non si tira indietro. Anzi. Si batte. Scrive libri. Apre a Edimburgo il Beira’s Place, un centro anti violenza per donne gestito da sole donne. E poi crea il J.K. Rowling Women’s Fund, un fondo che offre sostegno economico alle donne che vogliono far valere legalmente i propri diritti.
Quello che la Rowling combatte è il pensiero dominante secondo cui «un uomo che si dichiara donna è, letteralmente, una donna e, di conseguenza, ha il diritto di essere trattato come tale in ogni contesto». E quindi: ha il diritto di entrare negli spogliatoi delle donne, gareggiare contro altre donne, accedere a offerte di lavoro riservate alle donne. Ha persino il diritto di rientrare nei gruppi di sostegno all’allattamento o, se viene condannato per stupro, di essere incarcerato insieme ad altre donne. «L’attuale corrente dominante dell’attivismo trans non ha nulla a che vedere con i grandi movimenti per la giustizia sociale del XX secolo», spiega la Rowling nel suo saggio. Se, infatti, allora le lotte per i diritti partivano «dal basso per sfidare istituzioni potenti mettendone in discussione i pregiudizi radicati e battendosi per porre fine a trattamenti dannosi e discriminatori», oggi l’attivismo trans è l’esatto contrario. «È elitario nel midollo. Nato nei dipartimenti di filosofia e studi di genere, si è impadronito delle istituzioni culturali, politiche e statali che hanno poi tentato di imporlo, dall’alto verso il basso», alle persone comuni.
Se nel 2020 si era concentrata sulle ragioni che l’hanno spinta a esporsi pubblicamente, oggi la Rowling spiega chi c’è dietro a questo disegno. A partire dai gruppi di pressione che in questi anni «sono riusciti a convincere aziende e istituzioni che le donne non hanno più diritto a spazi riservati al solo sesso femminile e che il desiderio di uomini che si identificano come trans di accedere a tali spazi è la causa progressista del momento». Oltre alle lobby ci sono i sindacati, che hanno «abbandonato il loro ruolo storico di difensori della classe operaia preferendo promuovere le proprie credenze di lusso», e poi ovviamente la politica. In particolar modo, le «politiche in cerca di visibilità». «Per queste donne l’attivismo trans si è rivelato vantaggioso», spiega la scrittrice. «È un tema di tendenza, garantisce loro il favore della propria tribù progressista e, a livello personale, non comporta alcun costo». L’anno scorso, stabilendo che la definizione di donne si basa sul sesso biologico, la Corte Suprema del Regno Unito ha posto un argine a questa deriva. Le imprese, non tutte ma molte, si sono adeguate. Le istituzioni pubbliche no. «Continuano a opporsi all’idea che le donne abbiano, o debbano avere, i diritti che sono stati riconosciuti dalla Corte Suprema».
In 1984 George Orwell scrive: «La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Se questo è garantito, tutto il resto ne consegue». La Rowling lo cita per fare un passaggio in più: «Se un uomo può essere una donna, allora il concetto stesso di donna cessa di esistere. Forse per te, personalmente, non ha importanza ma ne ha per milioni di donne che non hanno il lusso di fingere che il proprio sesso non conti. Io resto dalla loro parte». E per loro continuerà a battersi.
