Dal 2027 restare al lavoro qualche anno in più sarà la scelta più conveniente. È quanto emerge dalla nuova tabella dei coefficienti di trasformazione pubblicata dal ministero del Lavoro. Con il decreto firmato il 16 ottobre insieme al Mef, il ministero aggiorna, come la legge prevede ogni due anni, i parametri con cui il montante contributivo accumulato durante la carriera si trasforma in pensione. Il meccanismo è automatico e lega l’assegno all’aspettativa di vita, ed è stato introdotto ben prima dell’attuale governo: se si vive più a lungo, lo stesso capitale va distribuito su più anni. Proprio per questo, però, il sistema premia chi sceglie di posticipare l’uscita.
A 67 anni il coefficiente scenderà dal 5,608 al 5,514%, con una limatura di 1,68 punti percentuali. Ma, salendo con l’età, il valore cresce in modo deciso, fino al 6,382% dei 71 anni. Tradotto in euro, la differenza è tutt’altro che marginale. Un’elaborazione della Cgil prende il caso di un lavoratore con una retribuzione finale di circa 30mila euro annui e un montante rivalutato di circa 284mila euro. Andando in pensione a 67 anni nel 2027 riceverebbe 1.204,48 euro lordi mensili, appena 20,53 euro in meno rispetto a quest’anno, mentre restando al lavoro fino a 71 anni l’assegno salirebbe a 1.394,08 euro: quasi 190 euro al mese in più, per tutta la durata della pensione. Il discorso vale a maggior ragione per chi pensa a un’uscita anticipata. Con un montante di 300mila euro, a 64 anni si incasserebbero circa 1.156 euro lordi, a 71 anni oltre 1.470. Uno scarto di più di 300 euro mensili che supera di gran lunga il lieve ritocco legato alla revisione. E il vantaggio cresce con il capitale accumulato: con 500mila euro di montante la differenza fra l’uscita a 64 anni e quella a 71 arriva a 528 euro al mese, con 700mila euro tocca i 739 euro, con un assegno che passa da circa 2.700 a oltre 3.400 euro lordi.
Sul fronte dei requisiti, l’adeguamento alla speranza di vita sarà graduale. L’ultima legge di Bilancio ha infatti diluito su due anni l’aumento di tre mesi previsto per il 2027, evitando uno scalino brusco. Si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028. Per la pensione anticipata serviranno invece, indipendentemente dall’età, 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027 e 43 anni e un mese nel 2028, con un anno in meno per le donne. Esclusi dagli aumenti i precoci e chi svolge attività gravose o usuranti.
Va ricordato, poi, che le simulazioni isolano il solo effetto dei coefficienti. Chi andrà in pensione l’anno prossimo avrà nel frattempo versato altri contributi e beneficiato della rivalutazione del montante, elementi che compensano in buona parte la riduzione. Le pensioni già in pagamento, invece, non vengono toccate. Il messaggio che arriva dai numeri è chiaro: in un sistema contributivo ogni anno di lavoro in più si traduce in un assegno più ricco, e la decisione su quando fermarsi resta nelle mani del lavoratore.
