Caro direttore Feltri, no! Vogliono «impiguzzar» (dal dialetto ferrarese riempire esageratamente di cibo), in questo caso «impiguzzar» di soldi, i magistrati, molti dei quali non li meritano assolutamente. Fa bene la presidente Meloni ad opporsi categoricamente. E l’Anm dà ragione ai magistrati. Ci sarà tempo, semmai. Italiani, diciamo risolutamente no!
Pietro Ferretti
Caro Pietro, «impiguzzar» è un verbo magnifico, quasi una fotografia della politica italiana: c’è sempre qualcuno che vuole mettere le mani nella mangiatoia. In questo Paese non si nega un piatto di pasta a nessuno, purché a pagare il conto sia il contribuente. Lei ha ragione a sollevare la questione. Perché mai dovremmo aumentare gli stipendi dei magistrati senza prima domandarci se il loro lavoro giustifichi la spesa? La toga non è un lasciapassare per il paradiso, né una carta di credito con plafond illimitato. È un incarico delicatissimo, che richiede preparazione, equilibrio e senso di responsabilità. Tutte qualità che dovrebbero essere scontate. Ma siccome siamo in Italia, dove perfino l’ovvio necessita di una commissione parlamentare, conviene ricordarlo. Non facciamo però di tutta l’erba un fascio. Ci sono magistrati eccellenti, che lavorano con scrupolo, spesso in condizioni difficili, e che meriterebbero non solo uno stipendio adeguato, ma anche maggiore rispetto. Poi ci sono ritardi, inefficienze e decisioni che lasciano il cittadino con la bocca aperta e il portafoglio vuoto. Ecco, prima di distribuire aumenti a pioggia, sarebbe opportuno capire dove finisca il merito e dove cominci il privilegio. Non è lesa maestà: è amministrazione del denaro pubblico. La presidente Meloni, opponendosi a un eventuale aumento indiscriminato, fa bene a pretendere che se ne discutano le ragioni. Ma il punto non è fare la guerra ai magistrati. Il punto è evitare che ogni categoria si presenti alla cassa con la mano tesa e l’aria di chi reclama un arretrato dell’Impero romano. Quanto all’Anm, è comprensibile che difenda gli interessi della categoria. Sarebbe curioso il contrario. Ma gli interessi di una categoria non coincidono automaticamente con quelli della collettività. Dunque sì alla prudenza, sì al merito, sì a stipendi dignitosi per chi svolge bene il proprio dovere. No agli aumenti concessi per automatismo, per pressione o per spirito corporativo. Gli italiani sono già stati «impiguzzati» di tasse e promesse. Risparmiamo loro almeno il dessert. A tavola, in democrazia, tutti possono avere fame. Ma il conto non può pagarlo sempre il solito fesso.
