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Vaticano

Vaticano, Ior condannato a pagare 21 milioni per l’intrigo del palazzo di Budapest

La banca della Santa Sede è rimasta invischiata per 13 anni in una complessa operazione immobiliare sull’ex Borsa con un fondo lussemburghese

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Sulle casse sempre malconce del Vaticano piomba una pesante sentenza di risarcimento danni: lo Ior, l’Istituto Opere di Religione, è stato condannato da un tribunale di Budapest a versare a un fondo lussemburghese oltre 21 milioni di euro per una intricatissima operazione finanziario-immobiliare di tredici anni fa sull’ex palazzo della Borsa di Budapest. Un investimento iniziato male e finito peggio, con accuse reciproche tra Ior e gestore del fondo e cause incrociate nelle aule di giustizia di mezza Europa.

La decisione è stata emessa mercoledì 21 dal tribunale metropolitano della capitale magiara. Si tratta di un ordine esecutivo che ha valore di sentenza di primo grado disposto sulla base di un passaggio procedurale che aggiunge beffa al danno: lo Ior non si è costituito in giudizio per un disguido sulla notifica dell’atto di citazione in Vaticano: a un certo punto - è scritto nella sentenza di cui il Giornale è in possesso - sarebbe addirittura risultata smarrita Oltretevere.

La decisione della corte di Budapest è l’esito di una guerra legale che si trascina da anni su un’azzardata mossa finanziaria da decine di milioni disposta dallo Ior e che ha attraversato ben tre papati: quello di Benedetto XVI, sotto il quale è stata iniziata; quello di Francesco, che nella sua linea improntata alla pulizia dagli scandali ha avviato cause e inchieste; e quello di Leone XIV, che deve tirare le fila dei vari procedimenti, riavviare la macchina amministrativa e tenere in ordine i conti vaticani.

E questo incidente di percorso certamente non aiuta.

Per seguire bene l’intricata vicenda è utile un passo indietro: nel 2012-2013 lo Ior investe complessivamente 223 milioni nel fondo Kappa Ad Maiora della maltese Futura Funds Sicav. A gestirlo è la società lussemburghese Optimum. Ma la testa di tutto è italiana: il finanziere Alberto Matta.

Tra i piani c’era quello di rilevare il palazzo dell’ex Borsa ungherese, che era rimasto impigliato dentro una procedura concorsuale: un gioiello dello stile Eclettico e Neo-Rinascimentale di oltre 54mila metri quadrati da trasformare in uffici e residenze e negozi di lusso. Lo Ior versa i primi 17 milioni ma poi si insospettisce per alcuni passaggi che in appena nove giorni avevano fatto lievitare di 12 milioni il prezzo dell’immobile e decide di non versare altre quote. Comincia una furiosa lite legale, che tra Ungheria, Malta e Lussemburgo è arrivata fino ai nostri giorni. Ma lo scontro impatta pesantemente sui destini del palazzo e della società Tozsdepalota Kft che l’aveva comprato per conto del fondo: l’immobile resta fuori mercato per quasi dieci anni. Nessuno vuole rilevarlo dato che c’è di mezzo una causa con il Vaticano. Alla fine il fondo accetta di venderlo - i suoi manager precisano: svenderlo - a dicembre 2024 una società locale. Con ulteriore strascico polemico. A comprare per 34 milioni di euro - un prezzo che anche in Vaticano considerano vile, ma per ragioni opposte -, è la società di gestione della locale Gránit Bank, controllata da János Ers, ex presidente della Banca di Sviluppo Ungherese (MFB), e partecipata al

15% da Istvân Tiborcz, genero dell’ex presidente Viktor Orbán.

Secondo il fondo Kappa, se lo Ior avesse versato le quote, la riqualificazione dell’Exchange Palace sarebbe terminata nel 2016 e l’immobile sarebbe stato venduto per 140 milioni. Da qui la richiesta di danni, che il tribunale ha riconosciuto in 21,5 milioni sulla base di una perizia del 2025 che lo Ior non ha potuto contrastare.

Dopo l’uscita per ragioni d’età dello storico direttore generale Gian Franco Mammì, uomo di fiducia di Papa Bergoglio, la guida della banca del Vaticano è stata affidata da Papa Prevost al presidente François Pauly e al dg Giovanni Boscia. Toccherà a loro ricorrere in appello, ma la strada appare in salita. Ieri dal Torrione Niccolò V non è arrivato a il Giornale alcun commento.

Esultano invece i manager del fondo: «La decisione rappresenta un ulteriore importante risultato giudiziario per Futura Investment Management e per il Fondo Kappa», commenta l’avvocato Andrea Suriano, «rafforzando il nostro impegno nella salvaguardia del patrimonio del fondo e nella tutela degli interessi dei suoi investitori». Tra questi, oltre alle casse di previdenza come Eppi ed Enpaia, c’è anche l’ex Popolare di Vicenza, la banca veneta fallita nel 2017. A recuperare qualche milione saranno i commissari della liquidazione coatta amministrativa. Per gli azionisti rimasti scottati, una ben magra consolazione.

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