Così il Pci salvò il «mostro di Bargagli»

Un’impressionante catena di delitti, originata negli anni della guerra, fece nascere sui giornali un nuovo e misterioso personaggio: il mostro di Bargagli. Ed è di questo che abbiamo parlato nella prima puntata del presente articolo, pubblicata nell’edizione di martedì primo maggio. Adesso vediamo che fu solo a quel punto che un sostituto procuratore molto coraggioso, Luigi Carli (lo stesso che come pubblico ministero negli anni Ottanta farà condannare i Br della colonna genovese) nel 1974 aprì finalmente un'inchiesta.
Quasi subito i sospetti di Carli caddero su Francesco Pistone, 65 anni, detto «o bregadé», un ex carabiniere che nel '44 aveva disertato per entrare a far parte delle Squadre di Azione Partigiane. Pistone non è nativo di Bargagli, ma vi risiede dal 1928, lavora in Comune e viene sospettato da Carli di essere colui che attirò Scotti nell'agguato mortale. Non appena in paese si diffonde la notizia che Pistone è nel mirino della magistratura, il sindaco comunista Luciano Boleto insorge attaccando il giudice. E non sarà l'unica protesta. Il 25 gennaio 1976 uno dei testimoni chiave dell'inchiesta, Pietro Cevasco, 54 anni, conosciuto per essere un altro degli amanti della «Nini», uccisa due anni prima, viene trovato impiccato. Lo stato in cui è ridotto il viso, gonfio per le tumefazioni, lascia ben pochi dubbi su come siano andate realmente le cose, ma a quel punto scoppia il finimondo. La giunta comunista del Comune di Bargagli, spalleggiata dall'Anpi, urla a squarciagola su tutti i media che «Carli vuole criminalizzare la Resistenza». E il Partito Comunista soffia sul fuoco puntando il dito accusatore contro il magistrato sia a livello regionale che nazionale. In altre parole, Carli era andato vicinissimo a dare un nome e un cognome all'assassino di Bargagli, ma se questi fosse stato scoperto con ogni probabilità non sarebbe stato zitto e avrebbe rivelato verità inconfessabili. Verità che comunque i comunisti non volevano che a nessun costo fossero rese pubbliche.
Carli, messo sotto pressione a tutti i livelli, è costretto a tornare sui suoi passi e, non disponendo di prove che convalidino le accuse, chiude l'inchiesta. Fu uno degli episodi dove più si vide l'influenza del Partito Comunista sulla magistratura.

IL SANGUE SCORRE
A Bargagli, però, il sangue continuò a scorrere. Il 18 giugno 1978 Carlo Spallarossa, 63 anni, finisce misteriosamente giù da un dirupo. Qualcuno si affrettò a dire che si trattava di un incidente. Ma la testa, sfondata e fracassata, venne trovata a diversi metri dal corpo.
A questo punto si devono registrare due strani episodi. Il 10 novembre 1980 Francesco Fumera, 70 anni, contadino sardo che accudisce i terreni della parrocchia, viene ferito al braccio da un colpo di fucile. Dopo poco più di un mese, siamo al 20 dicembre 1980, Carmelo Arena, 56 anni, disoccupato originario di Catania, viene centrato da un altro colpo di fucile. La sua agonia durerà cinque giorni, durante i quali si rifiuterà di dire qualunque cosa. Poi muore.
A quel punto, non trovando un nesso diretto tra questi due ultimi fatti di sangue e i delitti precedenti, gli abitanti di Bargagli pensarono che la strage post bellica fosse finalmente conclusa. Ma non era così.

LA BARONESSA UCCISA
Il 30 luglio 1983 la baronessa Anita De Magistris, pianista e direttrice del locale coro parrocchiale, viene trovata esanime vicino a casa sua con il cranio fratturato da un colpo di spranga. Era appena scesa dall'auto e si stava dirigendo verso il portone, quando è stata raggiunta e colpita da uno sconosciuto. L'indomani la baronessa entra in coma e morirà una settimana più tardi senza aver ripreso conoscenza.
Ma Anita De Magistris non era una donna qualunque. Infatti all’Anagrafe risultava essere vedova di Paul Drews, l'ufficiale della Wehrmacht che nel '44 era di stanza nei cantieri navali di Riva Trigoso e che venne ucciso nell'agguato del 19 aprile al bosco della Tescosa, a Bargagli. E qualcuno lo aveva scoperto. Dopo diversi anni la vedova aveva comprato una casa proprio in quel bosco e si era inserita nella comunità di Bargagli. Si dice, anche, che facesse molte domande su come allora si fossero svolti realmente i fatti. Forse troppe domande. Ma del resto: cosa cercava davvero la baronessa a Bargagli? Voleva identificare i responsabili della morte del marito oppure aspirava al tesoro che il coniuge stava trasportando?
Gli interrogativi cominciano a essere troppi per restare senza risposta e questa volta è il sostituto procuratore Maria Rosaria D'Angelo che dice «basta» e riapre un'inchiesta sul caso Bargagli. È la terza. Al fianco del magistrato ci sono due investigatori dei carabinieri che lasceranno il segno a Genova: il maggiore Antonio Reho e il maresciallo Augusto Calzetta. Sarà grazie al loro lavoro che la dottoressa D'Angelo potrà consegnare al dottor Francesco Paolo Castellano, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Genova, un sostanzioso rapporto nel quale si evince la connessione tra quattro dei delitti di Bargagli: Carmine Scotti, Gerolamo «Draghin» Canobbio, Giulia «Nini» Viacava e Anita de Magistris. La richiesta è di 12 mandati di comparizione.

PARTE L'INCHIESTA
Ovviamente Comune di Bargagli, Anpi e Partito Comunista cominciano di nuovo a strillare per «il fango sulla Resistenza», ma il gioco non funziona più. Castellano, da quel galantuomo che è, si rifiuta di insabbiare la pratica e la passa al giudice istruttore Bernardo Di Mattei per farla proseguire. Il dottor Di Mattei si scontra subito con un muro di omertà e di ostentato ostruzionismo, ma va avanti. E alla fine fa arrestare il maresciallo Armando Grandi, lo stesso che da brigadiere nel '45 aveva svelato dove fosse la tomba di Scotti a Gattorna. Al giudice diceva di non ricordare, ma dopo un interrogatorio la memoria gli tornò. E partirono così le prime 14 comunicazioni giudiziarie che riguardavano Pasquale «Pasqua» Buscaglia, membro della Volante Partigiana, medaglia d'argento della Resistenza; Francesco «o bregadé» Pistone, il traditore di Scotti; Dino «Pierre» Spallarossa, membro delle Squadre d'Azione Partigiane (Sap); Orfeo «Fuoco» Cavelli, membro Sap; Silvio «Pirri» Ferrari, capo della Volante Partigiana; Alfredo «Fredin» Olcese, ex partigiano; Renato «Cillo» Olcese, suo fratello, ex partigiano; Ercole Nirso; Giovanni Bruni Mezzadra; Amedoro «Medoro» Cevasco, macellaio e membro Sap (il suo nome viene menzionato nella ballata sulla «banda dei vitelli»). Nuove comunicazioni giudiziarie colpiscono poi altri quattro membri della famiglia Cevasco: Enrico «o merlo», Virgilio «o rango», Attilio «o carrega» e Valerio.
Alcuni di loro confesseranno che erano entrati nella Resistenza soltanto il 20 aprile del 1945, cinque giorni prima della Liberazione.
Per capire quale fosse il clima di quei giorni, basti pensare che il primo luglio del 1984, mentre Renato Olcese è sotto interrogatorio da parte del magistrato in quanto si raccontava che proprio a casa sua, a Sant'Alberto, l'appuntato Scotti fosse stato torturato e ucciso, improvvisamente viene a sapere che qualcuno ha appiccato il fuoco alla palazzina. Soltanto per l'aiuto dell'altro figlio, Alfredo, la vecchia madre non morirà tra le fiamme. L'avvertimento era palese.

SEI MANDATI DI CATTURA
Il 6 luglio vengono eseguiti i primi sei mandati di cattura nei confronti di Buscaglia, Spallarossa, Calvelli, Ferrari, Amedoro e Attilio Cevasco per «omicidio premeditato e pluriaggravato nei confronti dell'appuntato Carmine Scotti». L'indomani parte una nuova comunicazione giudiziaria diretta a Angelo «o sceriffo» Cevasco, anche lui ex partigiano. Tre giorni dopo Emma Cevasco, lontana parente della stessa famiglia, non si sa perché, si uccide buttandosi giù dalla finestra. Abitava proprio di fronte alla casa di Carmine Scotti.
La battaglia giudiziaria prosegue fino a quando i difensori degli imputati non si appellano all'indulto voluto nel 1953 dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi per i reati commessi fino al 18 giugno 1953. E vengono liberati. Avere puntato l’accusa principalmente sul caso Scotti si rivelò dunque un errore madornale.
Tra l'altro nel corso dell'inchiesta erano venuti fuori altri tre omicidi misteriosi, cioè quelli del maresciallo Candido Cammeriere e di Lino Caini, funzionario del Comune di Genova, entrambi collaboratori di Scotti nelle indagini sulla «banda dei vitelli» nel 1944, e la morte per ustioni e mutilazioni di Raffaele Cevasco nel 1946. Tutti e tre i delitti erano coperti dall'indulto del '53.
Ma la strage di Bargagli non era ancora finita. Il 20 marzo del 1985 in una baracca poco fuori dal paese, viene trovato impiccato al soffitto Francesco «o bregadé» Pistone. Pare che non ci fossero dubbi sul suicidio, ma chi poteva dirlo? Fu, comunque, l'ultima morte violenta di quella misteriosa saga di orrore e crudeltà all'ombra della Resistenza.
L'unica certezza in tutta questa storia resta la sparizione di un tesoro che in mezzo secolo ha lasciato una scia di sangue lunga 23 omicidi. E ancora oggi, nonostante quell'incredibile prezzo in vite umane, c'è chi è disposto a tutto pur di preservare quel terribile segreto.
(2/fine)