Gli israeliani si recheranno alle urne per le prime elezioni nazionali dopo l’attacco guidato da Hamas il 7 ottobre 2023, il giorno più sanguinoso nella storia del Paese, che ha causato la morte di circa 1.200 persone, in gran parte civili da cui è seguita la devastante guerra a Gaza. Circa 7,3 milioni gli israeliani sono chiamati alle urne per eleggere i 120 membri della Knesset. Il voto si terrà in un momento in cui Israele, profondamente diviso, si trova a un bivio. Molti israeliani considerano queste elezioni come un referendum sulla leadership di Benjamin Netanyahu. Il primo ministro ha guidato Israele per 19 degli ultimi 30 anni, e più recentemente è stato a capo di una coalizione di estrema destra. Egli punta a ottenere un nuovo mandato con l’appoggio del presidente statunitense Donald Trump.
Il premier e il suo partito, il Likud – insieme ai loro alleati della destra radicale – sono impegnati in un testa a testa con Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito, a guida della coalizione di opposizione che fa perno sul partito Yashar e che si è affermato come il principale avversario di Bibi. Eisenkot è una figura relativamente nuova sulla scena politica. Figlio di immigrati marocchini, è riuscito a raggiungere i vertici dell’establishment israeliano partendo da umili origini. Suo figlio e due nipoti sono rimasti uccisi nei combattimenti a Gaza nel 2024. Pur non possedendo il carisma di Netanyahu, Eisenkot ha trasformato questo aspetto in un punto di forza della sua campagna elettorale, ponendosi come l’esatto opposto dell’attuale leader israeliano – a partire dal nome del suo nuovo partito, “Yashar”, che significa “onestà”.

Nella maggior parte del Paese, i seggi aprono alle 7:00 e chiudono alle 22:00 (ora locale), in alcune piccole comunità, ospedali e carceri, l’orario è leggermente ridotto. A differenza di molte altre democrazie, Israele non prevede il voto per corrispondenza né il voto per delega. Inoltre, la maggior parte dei cittadini non ha la possibilità di votare dall’estero. Il sistema elettorale israeliano si basa su un modello proporzionale a livello nazionale. Le elezioni per la Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 seggi, si tengono almeno ogni quattro anni, sebbene possano verificarsi con maggiore frequenza.
Per entrare in Parlamento, tuttavia, una formazione politica deve superare una soglia di sbarramento pari al 3,25 percento dei voti validi. Si prevede che circa 10 partiti riusciranno a superare tale soglia. I risultati ufficiali delle elezioni sono attesi entro il 4 novembre. Secondo l’Israel Democracy Institute, un think tank apartitico israeliano, in passato la formazione di un governo ha richiesto dai 20 ai 100 giorni, nessun esecutivo, inoltre, ha mai prestato giuramento in meno di 50 giorni dalle elezioni.
Se il candidato incaricato riesce a presentare una proposta di governo, corredata da un programma politico, e tale proposta ottiene la maggioranza dei voti alla Knesset, il governo viene formalmente insediato e il candidato assume la carica di primo ministro. Tecnicamente, la legge consente la formazione di un governo di minoranza, a patto che la maggioranza relativa che lo sostiene sia superiore alla minoranza che vi si oppone. Tuttavia, i governi nati dopo le elezioni hanno quasi sempre goduto della fiducia di una maggioranza dei membri della Knesset, pari ad almeno 61 parlamentari. Gli exit poll vengono diffusi alle 22:00 ora israeliana, mentre le prime indicazioni sullo scrutinio reale emergono solitamente nelle prime ore del mattino.

Le coalizioni e i partiti presenti nella competizione elettorale:
I partiti sono divisi in due blocchi che corrispondono, più o meno, a quella che era la maggioranza e a quella che era l’opposizione.
Il “blocco della maggioranza” comprende: il Likud, guidato dall’attuale premier Netanyahu, che ne è a capo dal 1993. Fondato nel 1972 da Menachem Begin, è espressione della destra nazionalista, che unisce valori conservatori e liberali. Poi ci sono i due partiti ultra-ortodossi Shas che rappresenta la comunità sefardita e United Torah Judaism che rappresenta quella ashkenazita, poi ci sono Otzmah Yehudit, un partito di estrema destra guidato dal ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e Sionismo Religioso il cui leader è il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, fervente sostenitore dell’espansione degli insediamenti, voce dei coloni in Parlamento, punta alla realizzazione del “Grande Israele”.
Il partito più importante del “blocco dell’opposizione” è: Yashar “onesto” o “dritto”, di centro-destra, guidato da Gadi Eisenkot, già capo di stato maggiore, considerato il vero sfidante dell’attuale premier Benjamin Netanyahu. Nella stessa coalizione ci sono anche: Insieme, fondato da Yair Lapid e Naftali Bennet, partito di centro, i Democratici, che uniscono ciò che è rimasto del Partito Laburista di un tempo e il partito di sinistra Meretz, capeggiati da Yair Golan, poi c’è anche Ysrael Beitenu, partito dei russi israeliani, di destra e laico, il cui leader è Avigdor Lieberman.

Tra i partiti nuovi invece figura: Amcha Yisrael “Popolo d’Israele”, guidato dall’ex generale di brigata dell’Idf, Ofer Winter, di orientamento fortemente nazional-religioso. Winter, che non si è alleato con nessun altro raggruppamento di simili tendenze politiche, ha dichiarato che il suo partito appoggerà il premier uscente nella formazione di un eventuale nuovo governo.
Poi ci sono i partiti arabi: Lista Araba Unita (il cui acronimo è Ra’am), un partito conservatore islamista fondato nel 1996 e oggi guidato da Mansour Abbas, in cui si è candidato un ebreo israeliano, Yoav Segalovich, già lo era stato nel partito Yesh Atid, e infine Lista Unita. È la prima volta che un ebreo, Segalovich, fa parte di un partito arabo, ed è il numero due della lista.
Infine ci sono i Riservisti e il Partito economico: insieme puntano a eliminare le esenzioni dal servizio militare per i giovani ultraortodossi e a combattere il caro-vita.
Ultima novità, Haredi Public, un partito ultraortodosso che ha preso le distanze dai due storici partiti ultraortodossi (Shas e United Torah Judaism), ha una posizione moderata rispetto alla questione della leva militare obbligatoria per tutti, ultraortodossi compresi, e ha addirittura una donna in lista, Nechumi Yaffe.

I sondaggi
La maggior parte dei sondaggi indica che il Likud di Netanyahu e i suoi attuali partner di coalizione stanno perdendo la maggioranza. Questo calo nel sostegno degli elettori è un dato costante da oltre due anni. I sondaggi mostrano inoltre una chiara maggioranza contraria a Bibi. Tuttavia, i seggi dell’opposizione sono suddivisi tra il blocco dei partiti ebraici israeliani — guidato dal partito Yashar di Eisenkot — e le formazioni che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele.
Secondo le ultime proiezioni dell’emittente Channel 12: la coalizione di Eisenkot avrebbe 56 seggi mentre quella di Netanyahu 51. In particolare Yashar 23 seggi e il Likud 21, Insieme 15, i Democratici 10, la Joint List 8, Shas 8, Otzma Yehudit 8, Yisrael Beiteinu 8, UTJ 7, Religious Zionism 6, UAL 5, Amcha Yisrael 0 (2,5) , I Riservisti 0 (2,4). La soglia di sbarramento è pari al 3,25% dei voti.
Come si procede dopo il voto
Il presidente di Israele, Isaac Herzog, incaricherà un membro della Knesset, solitamente il leader del partito o della fazione che ha conquistato il maggior numero di seggi, di formare un governo. Tale candidato avrà quindi 28 giorni di tempo per negoziare con le altre fazioni e stringere alleanze, con l’obiettivo di formare un esecutivo che dovrà poi ottenere la fiducia della Knesset. È prevista la possibilità di richiedere una proroga di 14 giorni. Qualora questo tentativo non avesse successo, il presidente potrà designare un altro candidato, che avrà a sua volta 28 giorni per cercare di formare un governo. Se anche questo secondo tentativo dovesse fallire, la maggioranza dei membri della Knesset potrà chiedere al presidente di affidare l’incarico a un terzo candidato. A quest’ultimo verrebbero concessi 14 giorni per formare un governo. In caso di ulteriore insuccesso, verrebbero indette nuove elezioni.
Possibili alleanze per governare e scenari
Nonostante sia leggermente in svantaggio nei sondaggi, Netanyahu potrebbe rimanere primo ministro se il suo partito, il Likud, riuscisse a raccogliere un sostegno parlamentare sufficiente, coinvolgendo gli alleati attuali o nuovi partner di coalizione. Shas e Giudaismo Unito nella Torah, potrebbero giocare un ruolo chiave. In passato hanno fatto parte più volte delle sue coalizioni, salvo poi uscirne, come accaduto, nel 2025.
È improbabile che i partiti ebraici israeliani della coalizione di opposizione riescano a ottenere una maggioranza autonoma e, d’altro canto, hanno in gran parte escluso la possibilità di formare una coalizione con i partiti che rappresentano i palestinesi. Ma i politici palestinesi hanno lasciato intendere che potrebbero sostenere un governo di minoranza composto dai partiti ebraici israeliani, pur di estromettere la coalizione di estrema destra di Netanyahu. Potrebbero, dunque, essere l’ago della bilancia per la formazione del governo. Ra’am, noto anche come “Lista Araba Unita”, ha fatto la storia nel 2021 entrando a far parte della coalizione di Bennett e diventando così il primo partito a guida araba a partecipare a un governo israeliano.
L’esito finale potrebbe però dipendere dalle sorti elettorali di due piccoli partiti, Amcha Yisrael di Winter e i Riservisti, che devono raggiungere però la soglia del 3,25% dei voti totali per ottenere seggi alla Knesset. Secondo i sondaggi, entrambi si attestano attorno a questa soglia. Se dovessero superarla, otterrebbero quattro seggi ciascuno, il che avrebbe un impatto significativo sulle possibilità di formare una coalizione. Winter ha promesso di sostenere Netanyahu come primo ministro qualora il suo partito entrasse alla Knesset. I Reservisti un partito sionista di destra, concentrato sul garantire la coscrizione universale, i cui leader si collocano tra i due blocchi, hanno escluso la possibilità di entrare a far parte di un governo sostenuto dagli ultraortodossi, alleati chiave di Netanyahu, o dai partiti palestinesi, il cui appoggio sarebbe probabilmente necessario a Eisenkot.

Qualora una coalizione non dovesse raggiungere la soglia dei 61 seggi, quindi, potrebbe cercare un sostegno parlamentare esterno da parte di altre formazioni, come i partiti a guida palestinese, senza includerle però nel governo. La “Lista Comune”, che comprende le fazioni Hadash, Ta’al e Balad, ha fatto sapere di poter offrire una sorta di “rete di sicurezza” alla coalizione anti-Netanyahu, impegnandosi a non votare contro di essa in occasione di un voto di fiducia, pur senza entrare a far parte dell’esecutivo. In cambio, ha fatto sapere che porrà alcune condizioni, tra cui la creazione di uno Stato palestinese e la lotta alla criminalità organizzata. Tuttavia, un’intesa di questo tipo renderebbe la coalizione di governo vulnerabile a defezioni.
Altra possibilità è un governo di unità nazionale, Secondo la legislazione israeliana è un “governo basato su un’ampia coalizione, i cui membri includono anche rappresentanti di gruppi parlamentari rivali”. Di solito si forma in periodi di emergenza nazionale, come guerre, disastri naturali o crisi economiche. Nel maggio 2020, Netanyahu e Benny Gantz formarono un governo di unità nazionale dopo tre elezioni inconcludenti. Tale accordo crollò in un anno. Tuttavia, nel 2023, in seguito agli attacchi di Hamas contro Israele, Gantz e membri del suo partito si unirono alla coalizione di Netanyahu, nonostante Gantz vi si fosse precedentemente opposto fermamente. Due leader politici potrebbero accordarsi per alternarsi alla carica di primo ministro in base a un accordo di condivisione del potere. Eisenkot e Netanyahu potrebbero fare a rotazione il premier partendo con chi tra i due ha ottenuto più voti.
Se i negoziati per la formazione di un governo dovessero arenarsi, i partiti potrebbero accordarsi per sostenere un altro membro della Knesset appartenente allo schieramento politico di Netanyahu o a quello di un blocco di opposizione, qualcuno più accettabile per i futuri partner.
Se nessun leader riuscisse a ottenere un sostegno sufficiente alla Knesset, Israele potrebbe andare verso nuove elezioni. In uno scenario del genere, Netanyahu rimarrebbe primo ministro ad interim fino all’insediamento di un nuovo governo.
