"Quel tavolo disegnato su una scatola di fiammiferi"

Intervista a Mario Bellini, maestro indiscusso del design e dell'architettura, ha disegnato centinaia di pezzi-icona entrati nella storia e nei musei (la collezione permanente del Moma di New York ne conta ben 25), vinto 8 compassi d'oro, e firmato progetti in tutto il mondo

Nel 65 inventò il primo personal computer che lasciò di sasso Steve Jobs, oggi lancia il tavolo con la prima tv «avvolgibile» a scomparsa. Fresco di Premio alla Carriera, Mario Bellini a 84 anni continua a essere un vulcano di idee. Maestro indiscusso del design e dell'architettura, ha disegnato centinaia di pezzi-icona entrati nella storia e nei musei (la collezione permanente del Moma di New York ne conta ben 25), vinto 8 compassi d'oro, e firmato progetti in tutto il mondo. I prodotti presentati a questo Salone dimostrano che sua vena creativa è la stessa di 60 anni fa quando, fresco di laurea, presentava alle aziende brianzole i suoi primi lavori.
Mai come quest'anno si è parlato di «casa fluida»
«La maggior parte delle case hanno un impianto solido che dura da millenni, avete presente le case di Pompei che una catastrofe naturale ci ha restituito quasi intatte? Difficile pensare a una casa fluida, dunque. È cambiato, direi, il modo di vivere e di abitare delle persone. Oggi in camera da letto si lavora, legge, studia, scrive Così come la cucina è entrata nei living. Ciò avviene nelle case piccole, ma è anche una tendenza nelle case importanti. In Giappone il tavolo ha il suo teppanyaki incorporato nel piano dove si mangia».
Cosa non può mancare nella casa di oggi?
«Librerie, tavoli, sedute ovunque ma nessun armadio visibile. E anche il letto, volendo, potrebbe non esserci. Sono stato più di 130 volte in Giappone e ho spesso dormito su futon posati sui tatami. Al mattino si arrotolava tutto e si faceva colazione su tavoli bassi (con un po' di male alle ginocchia), rapiti dalla vista di un giardino incantato. Esperienze indimenticabili ma, nella mia casa, il letto rimane un centro di attività irrinunciabile».
Ci ricorda il suo primo Salone?
«Mi sono laureato a dicembre del 1959 e il 24 settembre del 1961 fu promossa la prima edizione. Io c'ero e ricordo uno spazio non grande (11mila metri quadri) nella fiera campionaria. Allora il design si pronunciava alla brianzola, si parlava piuttosto di mobile e arredo, al Politecnico di Milano il mio professore di arredamento era Gio Ponti Nel 1962 vinsi il mio primo compasso d'oro con un tavolo disegnato per Sandro Pedretti e Fratelli. Un tavolo minimalista ante litteram che mi spalancò le porte del successo».
Racconti.
«Lo disegnai su una piccola scatola di fiammiferi mentre camminavo in visita a una fabbrica di mobili in Brianza. Ho sempre pensato che un tavolo è una piccola architettura e quel pensiero ha guidato la mia mano. Il tavolo infatti sembra una sorta di gigantesco gazebo. Lo chiamai Cartesio, dopo averlo visto Cesare Cassina mi invitò a collaborare con la sua azienda. In un attimo arrivarono le proposte da Olivetti, Brionvega, C&B, ero corteggiato da aziende straniere, tedesche, giapponesi...».
Cos'è cambiato da allora?
«Tutto e niente. Oggi il mondo intero si dà appuntamento alla Design Week. E nessuna città è minimamente in grado di competere con Milano».
Questo Salone ha rispolverato molti pezzi storici: non è che è già stato disegnato tutto?
«Non si arriverà mai al punto di poter affermare che è stato disegnato tutto. Finché ci sarà un essere umano sul pianeta terra ci saranno idee, linguaggi, forme, stili, in continua trasformazione»
Fra le icone rieditate c'è Chiara,che lei disegnò 50 anni fa.
«Cesare Cassina mi fece conoscere Sergio Gandini e la sua neonata Flos. Nel mio studio usai un foglio di cartone per creare un personaggio cilindrico con un grande cappello. Un foglio unico che alla sua base potesse avere una sorgente luminosa. Chiara è nata così, ed è diventata subito un'icona. Con Piero Gandini, figlio di Sergio, abbiamo deciso di riproporla in nuovi materiali e finiture e anche con una versione piccola. Un'emozione».
Come fa a capire che un progetto è buono?
«Quando mi sento soddisfatto, quando credo di aver portato a termine la mia idea».
Le è mai capitato di pentirsi di un progetto o di buttarlo?
«Capita, non spesso, ma capita. Ed è bene che sia così. Nel cestino non butto mai niente, prima o poi certe idee si prestano ad essere il seme per nuovi progetti».
Una volta ha detto che il design è lo stile dei nostri anni.
«Sì, è lo stile del nostro tempo. In passato ci sono stati barocco, roccoco', biedermeier, neoclassico ecc. Oggi è design, anzi forse è già finito. Forse siamo già entrando nel post design».