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Politica estera

“Trump non è sulla scheda, ma è al centro della sfida”: il Maine può cambiare gli equilibri del Senato

Il politologo Mark D. Brewer spiega a il Giornale perché il duello tra Susan Collins e Troy Jackson resta apertissimo. Tra scandali, carovita e dazi, decisivo sarà il voto degli indecisi

Jackson Collins
Sen. Susan Collins and Troy Jackson shake hands at the end of the final Maine U.S. Senate debate in Bangor, Maine, Thursday, Oct. 15, 2026. (Gregory A. Rec/Portland Press Herald via AP, Pool)

La corsa al Senato nel Maine sembra una ricerca del male minore. La partita nel piccolo Stato di confine si gioca sul filo di pochi punti percentuali, ma rischia di essere decisiva per stabilire chi controllerà il Senato. A contendersi il seggio sono la senatrice repubblicana uscente Susan Collins e il democratico Troy Jackson. La media dei sondaggi elaborata da Nate Silver, per il momento, fotografa il dem avanti di 2,7 punti: uno scarto ridotto, spesso compreso nel margine di errore dei singoli sondaggi.

Media dei sondaggi in Maine
Media dei sondaggi in Maine

La sfida nel Maine è peculiare perché non trova molte analogie con le altre. Per prima cosa, il Maine è uno Stato in cui, nel 2024, Donald Trump ha perso contro Kamala Harris. In secondo luogo, la repubblicana è una vecchia conoscenza della politica americana, con i suoi pregi e difetti, ma ha sempre saputo come sopravvivere politicamente, dato che è stata eletta al Senato per la prima volta nel 1996 e da allora ha vinto cinque elezioni. Nel 2020, ad esempio, è stata rieletta con nove punti di vantaggio sulla sfidante democratica Sara Gideon, nonostante lo Stato avesse votato per Joe Biden. Un risultato ottenuto grazie anche a quegli elettori indipendenti e democratici disposti a dividere il proprio voto tra i due partiti. È soprattutto a loro che Collins guarda per conquistare un sesto mandato.

In sostanza, nel Pine Tree State c’è un mix di fattori che non si trova altrove e che ha prodotto una delle campagne elettorali più singolari e difficili di queste midterm. Per capirci qualcosa, Il Giornale ha parlato con Mark D. Brewer, professore ordinario e direttore del Dipartimento di Scienze politiche della University of Maine: “Quella tra Collins e Jackson è una corsa estremamente competitiva. È un vero testa a testa, dall’esito incerto”.

Susan Collins, tra scandali e potere a Washington

Le ultime settimane di campagna elettorale sono state molto dure, perché gli attacchi sono spesso scesi sul piano personale. Jackson ha più volte parlato dei risultati di Collins, bollandoli come “schifosi”. Dal canto suo, la senatrice ha affondato il colpo accusando il dem di aver avuto due figli con sua cugina. Alla violenza verbale si sono affiancati anche scandali da una parte e dall’altra.

Recentemente, un’inchiesta del sito ProPublica ha rivelato come qualche anno fa l’FBI abbia avviato un’indagine sulla senatrice in merito a un presunto meccanismo di scambio di favori che avrebbe coinvolto un finanziatore della sua campagna elettorale. Un’indagine che si sarebbe poi arenata dopo che l’amministrazione Trump aveva smantellato la divisione del Dipartimento di Giustizia che si occupava del caso. L’ufficio di Collins ha respinto categoricamente la ricostruzione, sottolineando che non sono mai state formulate accuse di illeciti nei confronti della campagna elettorale della senatrice. Jackson, invece, ha sfruttato la vicenda per rilanciare le accuse di eccessiva vicinanza tra la rivale e il presidente.

Ma Susan Collins non è solo questo, come ci spiega Brewer: “I suoi principali punti di forza sono la sua consolidata capacità di portare progetti e finanziamenti federali nel Maine, la sua esperienza, la sua storia di collaborazione bipartisan e moderazione e le relazioni che ha costruito in tutto lo Stato. Il suo principale punto debole è essere troppo legata a Donald Trump, insieme ai problemi economici di cui il presidente viene ritenuto responsabile”. Non a caso il tycoon, forse su pressione dell’entourage della stessa senatrice, non si è mai fatto vedere in Maine negli ultimi mesi.

La senatrice, del resto, ha costruito buona parte della propria carriera politica sulla capacità di ottenere risultati concreti per il Maine. Oggi presiede la potente commissione per gli Stanziamenti del Senato, un incarico che le consente di esercitare una notevole influenza sulla distribuzione delle risorse federali. Nelle ultime settimane ha rivendicato, tra le altre cose, un importante contratto del Pentagono per i cantieri navali Bath Iron Works, alcune esenzioni dai dazi imposti da Trump per le industrie locali e lo sblocco di oltre 300mila barili di combustibile da riscaldamento destinati ad alleviare i costi energetici nel New England. È uno degli argomenti più forti della sua campagna: sostituire una senatrice con trent’anni di esperienza a Washington con un esordiente significherebbe, secondo i repubblicani, ridurre la capacità del Maine di farsi ascoltare nella capitale.

Jackson, infatti, ha costruito il suo messaggio elettorale attorno al tentativo di sovrapporre le figure di Collins e Trump, cercando di legare il destino della senatrice alle politiche dell’amministrazione. Se è vero che Collins ha spesso votato in linea con la Casa Bianca, è altrettanto vero che ha una lunghissima storia di collaborazioni con le amministrazioni che si sono succedute. Non sono mancati, peraltro, gli strappi con Trump: dal voto a favore della condanna del presidente nel processo di impeachment seguito all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 all’opposizione alla nomina di Pete Hegseth alla guida del Pentagono, fino al sostegno a una risoluzione per limitare i poteri presidenziali nella guerra contro l’Iran. Collins ricorda anche di essersi opposta, durante il primo mandato di Trump, all’abolizione dell’Obamacare.

Il dibattito tra Susan Collins (a sx) e Troy Jackson (a dx)
Il dibattito tra Susan Collins (a sx) e Troy Jackson (a dx) Sen. Susan Collins (R) looks to Troy Jackson (D) as he answers a question during the final Maine U.S. Senate debate in Bangor, Maine, Thursday, Oct. 15, 2026. (Gregory A. Rec/Portland Press Herald via AP, Pool) (Associated Press/LaPresse/AP)

Troy Jackson, il boscaiolo diventato il piano B dei democratici

La strategia dei democratici di dipingere la senatrice come una trumpiana mostra, da un lato, alcuni limiti, proprio perché Collins è una figura nota da anni e non nasce politicamente come trumpiana. Dall’altro, è stata una delle poche strade percorribili, considerato il poco tempo a disposizione per costruire la campagna. Troy Jackson, infatti, non era il candidato su cui i democratici avevano inizialmente puntato. Prima di lui, i dem del Maine avevano scelto Graham Platner, un coltivatore di ostriche, veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan, che doveva rappresentare il “volto nuovo” della sinistra. Una sorta di proletario dell’America rurale, capace di attirare il voto dei bianchi, magari giovani, attratti da Trump e dai repubblicani. In un primo momento, l’operazione (eterodiretta da consulenti liberal di New York) sembrava funzionare, ma poi la sua candidatura è implosa, travolta da uno scandalo dopo l’altro: dal tatuaggio nazista alle accuse di aver mentito sul proprio lavoro, fino a quelle di abusi sessuali, che hanno portato alla progressiva perdita dei sostegni e, infine, al suo ritiro.

Jackson si è quindi presentato come piano di riserva. Simile, per origini, a Platner, Jackson è un boscaiolo, ma ha anche un passato in politica, dato che è stato a capo del Senato statale del Maine fino al 2024. Anche lui, per la verità, non è stato immune dagli scandali: dalla vicenda di un’aggressione a un uomo quando aveva 19 anni alle scenate contro alcuni membri del suo staff in Senato, fino a un controverso passato da repubblicano antiabortista.

Eppure, in appena 101 giorni di campagna elettorale, Jackson è riuscito a trasformarsi da candidato di riserva a sfidante credibile di una delle senatrici più longeve di Washington. Il democratico ha puntato soprattutto sulle proprie origini operaie, contrapponendo la sua esperienza di boscaiolo alla lunga carriera politica della rivale. Una contrapposizione che non riguarda soltanto le biografie, ma anche il modo di interpretare il ruolo di senatore: da una parte l’esperienza istituzionale e la capacità di ottenere finanziamenti federali, dall’altra la promessa di rappresentare una classe lavoratrice alle prese con il carovita e con le conseguenze delle politiche economiche dell’amministrazione Trump.

In tutto questo, rimane poi lo spettro dello scandalo Platner, che “continua ad avere un impatto”, ci dice ancora il professor Brewer. L’impatto non riguarda solo la sfiducia complessiva degli elettori nel sistema politico, ma anche il modo in cui il partito ha gestito l’intera vicenda: “Alcuni democratici sono ancora scontenti del fatto che Platner sia stato costretto a ritirarsi, mentre i repubblicani cercano di associare Jackson a Platner”.

Carovita, dazi e Trump: cosa deciderà la sfida nel Maine

In un simile contesto, viene da chiedersi come mai la corsa resti in bilico. Nonostante tutto, Brewer spiega che il dem non è uno sprovveduto: “È un candidato credibile, in poco tempo ha costruito una solida organizzazione e ha avuto molto successo nella raccolta fondi”. E poi c’è il fantasma di Trump che continua ad aleggiare sull’intero Stato. “Costo della vita, politiche economiche e disputa sui dazi con il Canada sono in cima alle preoccupazioni degli elettori”, dice ancora il docente della University of Maine.

La preoccupazione per il carovita, che si percepisce in tutto il Paese, nel Maine si mescola anche alle guerre tariffarie, dato che lo Stato ha importanti legami commerciali con i vicini del nord. Ma non solo: “Sul fronte del costo della vita, i costi energetici sono l’aspetto più importante, visto che l’inverno sta per arrivare”, continua Brewer. “E poi, come per tutto il resto, Trump è al centro di questa corsa, anche se il suo nome non compare sulla scheda elettorale”.

A pesare è soprattutto il prezzo del combustibile da riscaldamento, da cui dipende quasi la metà delle famiglie del Maine e il cui costo ha superato i sei dollari al gallone. A questo si aggiungono le difficoltà di settori tradizionali come la pesca delle aragoste, un’industria da oltre un miliardo di dollari stretta tra rincari del carburante, dazi e incertezze commerciali. Problemi che alimentano il malcontento verso Washington, ma che non necessariamente si traducono in un voto contro Collins, proprio perché la senatrice può rivendicare di aver difeso gli interessi economici locali.

È questo il paradosso della sfida nel Maine. Collins è contemporaneamente una delle repubblicane più indipendenti da Trump e una delle più esposte al malcontento nei confronti della Casa Bianca. Jackson, invece, ha il vantaggio di poter capitalizzare quel malcontento, ma deve convincere gli elettori di essere in grado di sostituire una senatrice che, in trent’anni, ha accumulato conoscenze e potere a Washington. Da una parte la voglia di cambiamento, dall’altra la paura di perdere una figura influente. E, in mezzo, una quota di elettori indecisi che potrebbe determinare non soltanto il futuro politico del Maine, ma anche gli equilibri del Senato americano.

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