E poi c’è Giorgia, capo del governo più duraturo della storia repubblicana. «Sono in pace con la mia coscienza, non avrei potuto spendermi di più. L’Italia ha beneficiato della stabilità soprattutto dal punto di vista economico. Spread ai minimi, miliardi di interessi sul debito pubblico risparmiati, titoli di Stato attrattivi, investimenti esteri che creano sviluppo». Ecco dunque la Meloni, prima donna a Palazzo Chigi: è con lei che si chiude la seconda Repubblica, una cavalcata tormentata e affascinante, condensata in 350 pagine da Bruno Vespa. E la terza, come si aprirà? Pensa di trasferirsi sul Colle? «Chi ha detto che il presidente debba per forza venire dal centrosinistra? Attenti al razzismo culturale contro la destra. Ma mi tolga dalla lista, il Quirinale non è nei miei piani. Nella prossima legislatura vorrei continuare a proteggere risparmi, lavoro e sicurezza dei cittadini». Con Vannacci? «Lui lavora per il campo larghissimo. Voglio governare senza ricatti, con il centrodestra che conosciamo».
Dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi ai paracadutisti in piazza Duomo. «Sorrideva alla telecamera, la seduceva. Ci faceva l’amore». Sembra ieri, invece sono passati 32 anni, nel frattempo abbiamo avuto 16 esecutivi, 12 premier, 4 capi di
Stato. Gabinetti di tutti i tipi, destra, sinistra, tecnici, gialloverdi, giallorossi, ribaltoni, partiti spariti e partiti nuovi, riforme compiute e referendum abortiti. E urne sempre più vuote.
Tutto ciò lo racconta Vespa, in Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein, in uscita per Mondadori-Rai libri. Un saggio, ma pure un romanzo: trama fitta, colpi di scena e informati retroscena, colloqui inediti. La Meloni spiega la grande delusione del referendum, che fino alla mattina pensava di vincere. «All’Italia serve una riforma della giustizia ora sarà più difficile». Si consola con i successi internazionali «il nostro punto di forza» grazie anche alla linea ferma a fianco di Kiev. «Sono pronta a pagare un prezzo politico, ma non cambio posizione». Alti e bassi con Trump, «non ho capito il malinteso», e comunque «non mi pento» della vicinanza «perché tutelo l’interesse nazionale», del resto «avevo un buon rapporto pure con Biden». In Europa battaglia sulle bollette e qualche intesa sull’immigrazione. «Sorrido quando si parla di maggioranza Giorgia. Non si discute più solo di redistribuzione, ma di rimpatri e centri sul modello dell’Albania». Conclusione: «Quando mi chiamano borgatara o pesciarola offendono tutte le italiane».
Poi c’è Tajani che sostiene di avere Fi in mano. «Occhiuto alza la voce, ma non è una caserma, importante lavorare insieme». Il governatore della Calabria chiede cambiamenti, soprattutto sui diritti civili. «Forza Italia si è ingiallita. A chi teme la dialettica, replico che la pluralità arricchisce un partito liberale». Salvini ha sventato un golpe e adesso offre a Garavaglia un posto in segreteria. Le due o tre Leghe di Zaia?, chiede Vespa. «Questione archiviata». Quanto alla coalizione, «sull’Ucraina troveremo una sintesi».
E Kiev è il grosso problema irrisolto del centrosinistra. «Non basterà una parolina magica nel programma - avverte Conte - serve una svolta significativa nelle strategie belliche perseguite». Deve spiegarlo a Elly Schlein. «Continueremo a sostenere un popolo che ha subito un’invasione criminale», dice la segretaria Pd. «Non abbiamo paura delle primarie». Piuttosto, «che una parte dell’establishment non voglia la sinistra al governo non è una novità; io ho un’aggravante, sono una donna non conforme agli standard».
