Quel giurista dimenticato che difese il liberalismo

U omo di straordinaria coerenza etica e politica, Francesco Ruffini (1863-1934) fu uno dei dodici professori universitari - su circa 1.200 - che nel 1931 si rifiutò di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista. Irriducibile cattolico-liberale (nel 1925 aveva sottoscritto il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce e nel 1929 fu tra i sei senatori che si pronunciò contro i Patti Lateranensi), Ruffini fu studioso tra i più grandi della libertà religiosa e del diritto ecclesiastico, nonché dei rapporti fra Stato e Chiesa. Esce ora - dopo quasi novant'anni dalla prima edizione pubblicata nel 1925 da Piero Gobetti - un suo lavoro sui concetti fondamentali del liberalismo: Francesco Ruffini, Diritti di Libertà (Le Mani, pagg. 131, euro 14).
Diritti di Libertà è una profetica disamina sulla illusione che sia possibile superare lo Stato di diritto. Ruffini pone i regimi totalitari a confronto con il loro nemico comune, il liberalismo, e dimostra come l'idea di un superamento del sistema politico fondato sulla libertà individuale e sul sistema parlamentare conduca ad una duplicazione schizoide del potere, uno vero e uno finto. In Russia i Consigli degli operai e dei contadini (Soviet) erano nati con la pretesa di andare oltre la democrazia liberale, sostituendola con una democrazia gestita dai lavoratori. Il risultato fu l'esistenza di una feroce dittatura politica esercitata dal partito comunista, che lasciava ai Soviet - cioè al potere finto - l'illusione di decidere quello che altrove era già stato deciso. In Italia il corporativismo, espressione funzionale delle forze produttive del Paese, intendeva che i membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni non fossero più designati a titolo individuale, come i deputati politici, ma in ragione della carica rivestita all'interno dell'organizzazione corporativa. Questa Camera (cioè il potere finto) doveva fungere come un organismo tecnico e sindacale. Anche qui il potere reale era in altre mani.
A queste mistificazioni totalitarie, che pretendevano di relegare la democrazia liberale fra le anticaglie della storia, Ruffini rispose con la concezione classica del liberalismo, secondo cui esistono dei diritti naturali, universali e inalienabili, che impongono a chiunque il dovere di preservarli nelle loro prerogative originarie; nessuno, infatti, può dare o può togliere la libertà degli individui. Il potere, in altri termini, deve essere limitato il più possibile.