Quell'anarchico di Banksy invoca la proprietà privata

Sembra la vecchia storia del cuore a sinistra e del portafoglio a destra. Banksy, l'artista di strada di cui non si conosce il volto ma solo le quotazioni (ormai milionarie), quando gli fa comodo fa l'anarchico, il ribelle che dei diritti di proprietà se ne impipa alla maniera di Proudhon, e ricopre di graffiti i muri altrui senza chiedere permesso a nessuno, tantomeno al legittimo possessore. Quando invece toccano lui nel vivo, ossia quando qualcuno si appropria o cerca di appropriarsi dei suoi lavori, eccolo che diventa legalista, formalista come l'ultimo dei borghesi, e si mette a evocare categorie nostalgiche come il diritto d'autore.
Nei giorni scorsi a Londra hanno tentato di organizzare un'asta con alcuni graffiti staccati dai muri (con una cura un tempo riservata agli affreschi dei maestri del Rinascimento...) e l'artista misterioso è riuscito a bloccare tutto rompendo il consueto silenzio, con un comunicato dal tono offeso e forse con pressioni legali: «Questa mostra non ha nulla a che fare con me e penso sia disgustoso il modo in cui queste persone si sono appropriate di opere di street art senza nessun permesso». Eccoci qui, il Banksy che agisce di notte e di soppiatto improvvisamente sente il bisogno di autorizzazioni, timbri, carte bollate. Come vogliamo chiamarlo un atteggiamento simile? Doppiopesismo? Incoerenza? Incredibile faccia di tolla? A pensarci un attimo, è qualcosa che gli italiani conoscono bene, però in campo politico, non artistico. Giolitti disse che per i nemici le leggi si applicano mentre per gli amici si interpretano, riuscendo a sintetizzare in una bella formula un brutto metodo praticato dalla magistratura anche prima e anche dopo di lui, fino a oggi. Parzialità che ora vengono estese ai cosiddetti writer, con i quali alcuni giudici usano abbastanza incomprensibili riguardi.
A parte Banksy, che sembra poter fare ciò che vuole, abusando dell'edilizia e della pazienza del prossimo, della benevolenza giudiziaria beneficiano anche personaggi minori come l'italiano Manu Invisible (mai che uno di costoro abbia un nome da cristiano, mai), la cui poetica, lo dichiara lui stesso, «si riconduce a tematiche e a soggetti quasi disumani». Il suddetto disumanista è stato colto in flagrante dalla polizia mentre stava disumanizzando il ponte di via Piranesi a Milano ma il tribunale lo ha prontamente assolto siccome il muro era già stato imbrattato da altri. Per gli imbrattatori alla moda una giustificazione la si trova sempre, forse anche perché fanno, chi più chi meno, politica. E credo non ci sia bisogno di specificare da quale parte, su quale lato della barricata.
Banksy, torno a lui che è il campione di tutti gli sprecatori di spray, dipinge ratti sventolanti bandiere anarchiche, dipinge gendarmi perquisiti anziché perquisenti, difende poliziotti che sniffano cocaina, insomma non fa che dipingere pernacchie alle forze dell'ordine. Che ovviamente hanno le mani legate. Anche se lo catturassero, che cosa otterrebbero? Il sistema dell'arte che Banksy finge di contestare, ma di cui in realtà è furbastra espressione, griderebbe alla censura e tutto si risolverebbe in ulteriore pubblicità gratuita. Uno dei lavori più famosi dell'artista di Bristol (dicono sia di Bristol, ma chissà) rappresenta due vigili (maschi) che si baciano. Penso che sia disgustoso, dico io usando il medesimo frasario dell'autore. Penso che sia disgustoso ma forse potenzialmente lucroso e spero che una di queste notti Banksy venga a dipingere un'oscenità sotto casa mia: chiamerei subito gli staccatori di graffiti, metterei l'opera all'asta e col ricavato ci comprerei quadri di Pietro Capogrosso, Andrea Chiesi, Marco Petrus, Mauro Reggio, pittori veri che dipingono le nostre città migliorandole anziché peggiorandole, quindi senza scritte sui muri, senza inquinamento visivo, senza ratti che fanno politica e vigili che fanno porno.