"Ecco perché i musulmani ci odiano"

Bernard Lewis, uno dei più grandi esperti mondiali di islam, ci
racconta perché l’Oriente vuol distruggere l’Occidente: "Nel mondo
arabo storia, politica e religione si identificano. E quindi noi siamo
gli infedeli, il nemico"

«Lo scontro di civiltà? Non è una trovata polemica, né tantomeno politica. È, molto semplicemente, una realtà storica». Bernard Lewis (foto sotto), 92 anni, è il più illustre islamista vivente. Il suo primo viaggio in Medio Oriente è del 1937: giovane studente dell’università di Londra si stabilì in Palestina per studiare arabo ed ebraico. Col tempo ha imparato anche aramaico, turco, iraniano, oltre a una mezza dozzina di dialetti diffusi nella regione. Dall’ufficio dell’università di Princeton, sulla costa est degli Stati Uniti, parla con entusiasmo del suo ultimo libro uscito in Italia, Le origini della rabbia musulmana, pubblicato pochi giorni fa da Mondadori, una raccolta di saggi con un denominatore comune, i rapporti tra il mondo musulmano e il nostro, il rancore dell’islam verso l’Occidente.

Allora, professor Lewis, perché l’islam ci odia?
«Le do due ragioni: perché ha un grande senso della storia e perché definisce la sua identità in termini religiosi».

E cioè?
«Nel mondo occidentale, soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Europa, tendiamo a vivere nel presente, a dimenticare la storia, a cancellarne la consapevolezza. Nel mondo musulmano non è così. Le faccio un esempio: ai tempi della guerra tra Irak e Iran, negli anni ’80, mi colpì il fatto che la propaganda radiofonica delle due parti era piena di allusioni alla secolare storia di rivalità tra i due Paesi. E parlo di allusioni, riferimenti appena accennati, soprattutto al periodo medioevale, che perfino i contadini analfabeti riuscivano a cogliere. Quanto al secondo aspetto bisogna tener presente che in occidente tendiamo a definirci per nazionalità, per Paese. Nell’islam quello della nazionalità è uno sviluppo recente, non molto radicato. Noi definiamo la nostra identità su base nazionale e solo in seconda battuta su base confessionale. Loro fondano l’immagine di sé sulla religione e solo dopo vedono il Paese, la nazione».

E dunque…
«Dunque noi parliamo di occidente e di islam in modo più o meno generico. Loro vedono in maniera nettissima la distinzione tra i due mondi. E la interpretano nel senso più forte, come separazione tra credenti nel vero Dio e infedeli. E sono del tutto consapevoli della tensione, che dura ormai da 14 secoli, tra due realtà religiose, naturalmente simili ma incompatibili».

Che cosa intende?
«Voglio dire che islam e cristianesimo hanno più cose in comune tra di loro che con tutte le altre religioni. Da questo punto di vista si può quasi parlare di uno scontro interno tra religioni rivelate. Da sempre islamici e cristiani si parlano e discutono. Possono farlo perché hanno una piattaforma che li unisce. Non potrebbero farlo con cinesi o indiani».

Eppure, lei dice, sono anche incompatibili.
«Al mondo ci sono molte religioni ma solo due, tra le maggiori, hanno la pretesa universalistica di possedere la verità ultima ed esclusiva: cristianesimo ed islam. Da qui nasce il conflitto, più dalle similarità che dalle differenze: dal senso della propria missione divina. Da questa concezione di partenza il mondo cristiano si è via via allontanato. Non dimentichiamo invece che il mondo islamico ha appena iniziato il quindicesimo secolo della sua era. Pensiamo a che cosa era il cristianesimo del quindicesimo secolo, in preda alle guerre di religione tra protestanti e cattolici. Loro vivono ancora in quel mondo».

Da qui lo scontro di civiltà…
«Ancora più precisamente lo scontro tra due civiltà religiosamente definite. Certo oggi noi non siamo più soliti parlare di cristianità contrapposta all’islam, usiamo toni più sfumati, ma il fondamento è quello. E ripeto, la cosa più interessante è che la consapevolezza dello scontro sia molto più alta nel mondo islamico che in quello occidentale».

Guardando al mondo occidentale, lei scrive nel libro, l’islam teme soprattutto una cosa, il secolarismo.
«È di sicuro il peggior nemico degli islamici: ridurre o minimizzare il significato della religione nella vita umana. L’evoluzione che nei secoli si è verificata nel mondo cristiano è legata al punto di partenza: sin dall’inizio il cristianesimo ha visto una distinzione tra ambito religioso e ambito diverso dalla religione, tra Dio e Cesare. Nel mondo musulmano non è così. Guardi quanto sono diverse le circostanze: Gesù fu crocefisso, i suoi seguaci perseguitati. Quando i cristiani si impadronirono dell’impero romano c’era già una chiesa come istituzione separata. Maometto non fu crocifisso, creò non solo una comunità religiosa ma anche uno stato, di cui divenne subito il capo. La loro storia è di totale compenetrazione e identificazione tra governo e religione. Pensi che nella lingua araba, pure molto ricca di termini e sfumature, fino a tempi moderni non esistevano coppie di parole come laico-ecclesiastico o religioso-secolare. Quando sono state introdotte è avvenuto solo grazie alla minoranza cristiana di lingua araba che ha sviluppato un vocabolario di impronta culturale occidentale».

Chi alla persistenza di uno scontro di civiltà si è sempre ispirato è Osama bin Laden. Per lui gli occidentali erano e rimangono “Crociati”.
«Osama ha saputo parlare in maniera esemplarmente efficace all’immaginario collettivo dei suoi correligionari, diventando agli occhi delle masse arabe una specie di Robin Hood rispettato e ammirato. Un uomo incorrotto che, a differenza di quasi tutti gli altri leader della regione, non ha approfittato della sua posizione per passare dalla povertà alla ricchezza, ma che anzi era ricco e ha scelto la povertà. Anche se io penso che ormai dobbiamo parlarne al passato: non credo che sia ancora vivo o quanto meno nelle condizioni di esercitare un ruolo significativo. Le immagini e le dichiarazioni dei primi tempi avevano davvero una forza notevole. Era un maestro di oratoria e prosa in lingua araba, e gli arabi hanno sempre avuto un debole per i grandi oratori. Le sue parole, al di là dei suoi atti hanno avuto un grande impatto. Ma i suoi messaggi più recenti sono incerti e sfuocati. Da far dubitare, appunto, che sia lui a parlare».