I big guadagnano e investono: è la moda la regina d'Italia

Giro d'affari di 58 miliardi e pochi debiti, il settore batte il manifatturiero per crescita degli utili (+25%)

Cinzia MeoniIl futuro del made in Italy è nella moda anche se il fashion parla sempre meno italiano. Mentre si apre la Milano Moda Donna, evento clou del settore, l'indagine annuale condotta da R&S di Mediobanca mostra come il fashion tricolore, complice lo sviluppo dell'export, cresca a ritmi molto superiori a quelli del comparto manifatturiero e stia divenendo sempre più rilevante per il Paese, nonostante le leve del comando siano spesso oltre confine (44 delle 143 imprese analizzate ha un controllo estero). La moda italiana ha un giro d'affari di 58 miliardi (di cui il 60% oltreconfine) e 2,9 miliardi di utili e non ha più molto da invidiare ai rivali d'Oltralpe. Peccato che la Borsa non si sia accorta di questo trend: solo Geox e Luxottica, hanno registrato nel 2015 una performance migliore rispetto a quella di Piazza Affari. Tra il 2010 e il 2014, secondo lo studio di Mediobanca, la moda italiana ha visto il giro d'affari aumentare del 27,7% (+16,3% il manifatturiero), l'utile operativo del 25,1% (+14,1%) e l'occupazione del 22,7% (+14%). Tra le società «esplose» nel quinquennio, lo studio pone al primo posto Ints Italia (a cui fa riferimento il brand Desigual) con +535%, seguita da Roman Style (Brioni) con +471% e Celine Production con +282%. Tra le top 15, che in tutto valgono 27,8 miliardi di fatturato e 2,1 miliardi di utile, le performance più rilevanti sono quelle di Prada (fatturato +73,5% sul 2010), Ferragamo (+70,8%) e Calzedonia (+63,8%), mentre hanno frenato Benetton (-20,6%) e D&G (-5,7%). Bene anche il 2015: le top 15, nei primi nove mesi, sono cresciute dell'11,8% (+2% a cambi correnti). E il futuro sarà sempre più all'insegna del web: l'e-commerce nella moda è balzato del 36% nel 2015.La ricerca evidenzia infine la «abissale distanza nella struttura finanziaria» tra il fashion e l'industria: la moda risulta più redditizia, più capitalizzata e più liquida dell'attività manifatturiera. Soprattutto se si prendono in considerazione le prime 15 maison. Il margine ebit delle fashion si attesta, in media, al 9,3% delle vendite (contro il 6% del manifattura) e sale al 12,3% delle aziende al top; l'incidenza dei debiti finanziari sui mezzi propri è al 36,8 (140,4% nel manifatturiero) e si riduce al 23,4% per le prime 15 aziende della moda; il rapporto tra cassa e debiti è al 73,7% (50,8%) e sale al 118,2% nelle top15 (in pratica le eccellenze hanno più cassa che debiti). È proprio il caso di dire che il debito finanziario nella moda, almeno a certi livelli, è quasi sconosciuto. Tra le poche eccezioni con debiti finanziari superiori al patrimonio netto, Mediobanca evidenzia i casi Moncler Luxottica. Complessivamente il fashion tricolore ha in cassa un tesoretto di liquidità quasi 9 miliardi, di cui 5,9 custoditi dalle imprese al vertice (3,7 miliardi del 2010). In particolare Max Mara e Armani che godono rispettivamente di una cassa pari a 904 e 561 milioni.