Il «modus Vivendi» finisce in trincea

Con la fama di azionista poco affidabile, la scalata di Bollorè a tlc e tv si complica

Camilla Conti

Narra la leggenda che sul cellulare Vincent Bolloré abbia messo un contatore per segnare i giorni che mancano al 17 febbraio 2022. Quel giorno l'impero di famiglia nato da una piccola cartiera di Quimper compirà duecento anni e lui passerà le redini del gruppo alla settima generazione, ovvero al primogenito Yannick, per tornare in Bretagna e pescare gamberi. Nell'attesa, ha deciso di tentare l'ultimo azzardo su telefoni e tv in Italia (dove è anche primo socio privato di Mediobanca) attraverso Vivendi.

Quelle che nelle intenzioni del finanziere bretone avrebbero dovuto essere delle «guerre lampo» si sono però trasformate in una lunga battaglia di trincea. In Telecom i francesi stanno perdendo più di 1,5 miliardi e hanno addosso i fari della Consob che ha avviato una verifica ispettiva per accertare l'influenza del socio transalpino nella gestione del gruppo di tlc, di cui detiene una quota del 24% ma su cui esercita il controllo di fatto grazie anche alla maggioranza del cda. In Mediaset l'anno scorso hanno scommesso 1,3 miliardi ora difficilmente valorizzabili. Le quote incrociate in Tim e Mediaset sono finite sotto il faro dell'Agcom, che costringerà Vivendi a congelare i diritti di voto entro il 10% in Mediaset, mentre per la scalata al Biscione, con cui è in corso un durissimo scontro giudiziario per la mancata acquisizione di Premium, sono indagati a Milano per manipolazione del mercato Bolloré e Arnaud de Puyfontaine (ad di Vivendi e presidente di Telecom).

Oltre ad avere il passo tutt'altro che felpato nei business strategici del nostro Paese, Bollorè si è conquistato la fama (anche con il governo) di essere un azionista poco affidabile. Nel dicembre 2015 i francesi si erano espressi a favore della conversione delle Telecom risparmio in ordinarie, poi in assemblea si erano astenuti facendo saltare il quorum dei voti necessario all'operazione. Ma piazzando i propri vertici nella stanza dei bottoni grazie all'allargamento del cda da 13 a 17 membri.

Nelle stesse settimane Vivendi aveva confermato la loro fiducia al management di Telecom, salvo poi nel marzo 2016 costringere alle dimissioni l'allora ad Marco Patuano, poi sostituito da Flavio Cattaneo. Che ora a sua volta viene accompagnato alla porta. E sempre nella primavera del 2016 Vivendi aveva firmato un contratto con Mediaset su Premium e a luglio aveva deciso unilateralmente di non rispettarli. Senza dimenticare il caso Persidera: la cessione della joint venture con Gedi nei multiplex valutata 450 milioni era stata chiesta dalla Commissione europea per il via libera all'assunzione del controllo di fatto di Telecom da parte di Vivendi. Lo scorso 7 luglio il board presieduto da de Puyfontaine, che è anche ad di Vivendi, ha esaminato lo strumento del trust e il dossier tonerà sul tavolo del cda del 27 luglio, già previsto per l'approvazione della semestrale.

Nello stesso Consiglio Cattaneo chiuderà ufficialmente il suo impegno al timone dell'azienda telefonica dopo soli 16 mesi (ma sarà lui il giorno dopo a presentare i conti agli analisti). Domani a Roma il Comitato Nomine e Remunerazioni esaminerà la proposta di accordo sulla buonuscita stimata attorno ai 30 milioni e, a seguire, il cda che prenderà le delibere del caso. Mentre si attendono le reazioni di Piazza Affari al cambio di timoniere, il mercato guarda a un' altra scadenza fissata per domani: Telefonica convertirà il bond emesso tre anni fa quando era azionista di Tim riacquistando il 5,74% dell'ex monopolista. La stessa Telefonica da cui nel 2014 Vivendi aveva ottenuto la sua prima quota di azioni nella società italiana cedendo agli spagnoli la compagnia brasiliana Gvt e ricevendo in cambio 3,6 miliardi ovvero la benzina per le sue scorribande en Italie.