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La guerriglia di “Aska” preparata con Carc e centri islamici

Il gip dispone misure cautelari per 16 militanti. Nei guai black bloc del G8 di Genova

Scontri a corteo Nazionale in solidarietà al Centro Sociale Askatasuna di Corso Regina 47 a Torino, sgomberato lo scorso Dicembre - Sabato, January 31, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Clashes at the National march in solidarity with the Askatasuna Social Center in Corso Regina 47, Turin, evicted last December - Saturday, January 31, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

La saldatura tra mondo antagonista e islam politico è nero su bianco. Nelle carte della Procura sul 31 gennaio di «Aska», la giornata in cui Torino è stata devastata, viene descritta la riunione preliminare agli scontri. Il 17 gennaio, al Campus Luigi Einaudi (oggi fuori uso per gli studenti a causa dell’occupazione), si riuniscono il centro sociale torinese, la sua succursale No Tav, il Leoncavallo di Milano, il Lambretta, il partito dei Carc, Sinistra anticapitalista, i Giovani palestinesi d’Italia, l’Associazione islamica delle Alpi e altre decine di sigle da tutto lo Stivale: 750 persone e 67 relatori. Autonomi e islam organizzato uniti per la stessa causa. La Digos trascrive gli interventi, che gli organizzatori caricano su YouTube. I partecipanti riconoscono che «Torino è una punta avanzata dal punto di vista del conflitto sociale», il luogo dove si dimostra «che le lotte» possano essere «incisive e riproducibili». È l’overture ideologica, di Cobas e altri, cui seguirà la manifestazione dell’incendio della camionetta delle forze dell’ordine, con la conseguente accusa di tentato omicidio, della martellata al poliziotto e di circa 300mila euro di danni a discapito della collettività. Sara Munari, giovane leader di Aska, si rivolge alla platea del 17 gennaio e avverte: è arrivato «il momento della resa dei conti dello Stato democratico». Un esponente milanese della Rete Fare Spazio aggiunge: «Noi dobbiamo fargli perdere il controllo, dobbiamo essere pericolosi e fare danni in questa città». Gli obiettivi sono due: lo Stato, certo, ma anche il governo Meloni. Uno dei Carc arriva a citare la «guerra di liberazione nazionale». Giovanna Cavallo, dello Spin Time di Roma, pensa che si debba «creare caos, perché dal caos è possibile ricostruire un nuovo ordine sociale». Giorni dopo, escono il documento su InfoAut e la locandina del corteo intitolato «Torino è partigiana». Il resto è cronaca giudiziaria, con le 19 misure cautelari richieste dopo la guerriglia.

Ieri mattina la gip Giulia Caveglia ne ha accolte 16. Come disposto dall’ordinanza. Il ventottenne Davide Frigo è accusato di tentato omicidio. L’episodio contestato riguarda una camionetta della Polizia bloccata da una campana per l’immondizia e data alle fiamme con un bancale di legno. Per l’agente all’interno del mezzo, una vera e propria trappola: «..sono rimasto sequestrato nell’abitacolo mentre il fumo saturava l’ambiente e le fiamme divoravano il cruscotto a pochi centimetri dal mio corpo», racconta il poliziotto che si chiama L.

Secondo la ricostruzione, si è salvato grazie a un mezzo della Guardia di Finanza. Finisce in carcere pure Mattia De Brasi. Stefano Millesimo, che per gli inquirenti svolge un «ruolo apicale», va invece ai domiciliari, insieme a Nicolò Araldi, Lorenzo Destro, Loris Gargano, Ferdinando Gentile, Davide Gnemmi e Cosmo Secci. Tra i nomi che emergono nell’inchiesta spunta infatti quello di Massimiliano Monai, attivista genovese conosciuto come «l’uomo della trave». Era lui, il 20 luglio 2001, a colpire con una grossa trave di legno il Defender dei carabinieri rimasto bloccato in piazza Alimonda. All’interno del mezzo si trovava Mario Placanica, il militare dalla cui pistola partì il colpo che uccise Giuliani. Per gli altri indagati, sono scattate misure meno restrittive. «Aska», su cui è tuttora in corso l’appello del «processo sovrano» per associazione a delinquere, è organizzata e ramificata: la fase propedeutica al 31 gennaio dimostra, ancora una volta, la leadership che i torinesi esercitano sul resto d’Italia e non solo. La finalità degli antagonisti è combattere «il peggior nemico dei lavoratori e delle lavoratrici», cioè l’esecutivo in carica. Come? Distruggendo 300mila euro di beni, tra cui negozi, case, auto e beni pubblici. Soltanto i danni indicati dal Comune, comprendendo quelli relativi a servizi per i cittadini, corrispondono a 83mila euro.

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