Due anni e 8 mesi di pena, il picchetto ora diventa reato

Passati gli anni in cui i giudici tolleravano questi reati ieri Cobas e no global condannati per il blocco alla Dhl

Si racconta che il giudice fosse così consapevole della gravità della sua sentenza che lasciando l'aula avrebbe detto ai difensori degli imputati «scusate». Di sicuro c'è che la condanna inflitta dal giudice Alberto Carboni a quattro sindacalisti di base segna una svolta rispetto alla benevolenza con cui, fino a pochi anni fa, venivano trattati i reati connessi alle lotte sindacali: ed in particolare la più classica delle forme di lotta, il «picchettaggio» dei luoghi di lavoro per costringere tutti i dipendenti ad aderire allo sciopero.

Per il giudice Carboni non c'è dubbio: il picchettaggio è un reato. Per l'esattezza, reato di violenza privata. E per questo quattro sindacalisti del Si Cobas vengono condannati a due anni e otto mesi di carcere, senza neanche le attenuanti generiche, per i picchetti alla Dhl di Settala nel marzo 2015. Una batosta. Così ieri mattina una cinquantina di compagni di lavoro dei condannati sono tornati a Palazzo di giustizia per polemizzare apertamente con la sentenza. «I processi non fermano la lotta di classe», recitava lo striscione un po' vintage affisso dai lavoratori nella sala stampa del tribunale.

«I sindacalisti sono stati condannati per la loro sola presenza. Nessuno si è fatto male, tutto si è svolto in un clima pacifico» ha commentato Mirko Mazzali. D'altronde, nel corso del processo, anche il pubblico ministero aveva chiesto l'assoluzione di tutti i ventidue imputati. Invece il giudice Carboni, operando una netta distinzione ha assolto i diciotto operai della Dhl e ha invece condannato i quattro esterni che partecipavano insieme a loro al picchettaggio. Si tratta di due dirigenti del Si Cobas e di due militanti del centro sociale Vittoria, che la Digos - conoscendoli bene - aveva individuato senza ombra di dubbio come partecipanti al picchetto.

Il codice prevede che il reato di violenza privata scatti quando l'autore eserciti «violenza o minaccia» per costringere qualcuno a fare o non fare qualcosa. E il giudice nella sentenza scrive che «la sola forma di picchettaggio ammissibile è quella che consiste nei cosiddetti blocchi volanti o nel cosiddetto picchettaggio di persuasione». La legge invece non consente che, come accaduto a Settala, il picchetto si traduca «nella formazione di un ostacolo fisico che impedisca l'accesso in maniera effettiva e duratura, privando così gli altri lavoratori della possibilità di scegliere se aderire alle proteste o se prestare la propria attività professionale». È un'analisi che ha sicuramente basi giuridiche ma che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa, quando sentenze e studiosi sostenevano che l'esercizio del diritto di sciopero legittimasse i picchetti. Cambiano i tempi, cambiano le sentenze.