Non solo numeri e bandierine di presenze fisiche, ma spia di un impegno. Sono circa 40 le missioni e le operazioni internazionali che vedono l’Italia impegnata, sotto il coordinamento di Onu, Nato, Ue: segno di impegno, vitalità e anche proiezione geopolitica all’insegna del concetto di «Italia globale».
È il caso di Aspides che protegge la libertà di navigazione in quel fazzoletto di acque a cavallo fra Mar Rosso, Golfo di Aden, Mar Arabico, Golfo di Oman e Golfo Persico. In piedi da due anni e mezzo, la missione è la risposta agli attacchi degli Houthi con l’Italia a fare da pivot grazie alla fregata Luigi Rizzo (rientrata lo scorso giugno) e la fregata Carlo Bergamini, impegnata anche nella scorta diretta di mercantili nazionali, come la Jolly Oro nello stretto di Bab el-Mandeb. Da poche settimane il comandante della Bergamini è il capitano di fregata Sarah Arrighi, 42 anni. Si tratta di una missione altamente strategica che in 28 mesi di attività ha scortato ben 700 mercantili da Suez al Mar d’Arabia, lungo una rotta commerciale altamente nevralgica.
In Libano, da 20 anni l’Italia prende parte alla missione dopo la Risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma quest’anno le tensioni sono aumentate non poco dopo la morte di un componente dell’Unifil. Non è una missione come le altre, non solo perché il contingente italiano è il più numeroso con 1.200 soldati, ma perché dal 2006 l’obiettivo del mantenimento della pace si intreccia giocoforza con la reazione di Hezbollah. In aprile a Shama la base italiana è stata colpita da un razzo, ciononostante il contingente italiano non ha mai lesinato sforzi per supportare la sanità libanese. In quei giorni giunse per monitorare la situazione il ministro degli esteri Antonio Tajani a condannare l’escalation in atto a tutto danno della popolazione civile.
Il gancio con la crisi a Gaza si ritrova nella missione Eubam-Rafah, riattivata nel 2025 dal Consiglio Affari Esteri dell’Ue, dopo la richiesta di Israele e dell’Autorità Palestinese, con il sostegno dell’Egitto: l’obiettivo è sostenere l’accordo di cessate il fuoco nella striscia, facilitare il transito giornaliero di feriti e malati, assicurare assistenza e protezione ai più fragili. Da lì l’Italia si è distinta anche per l’iniziativa Food for Gaza.
Cinquemila chilometri più a sud l’Italia guida come Mission Commander l’Eutm Somalia con l’obiettivo della stabilizzazione del Corno d’Africa, area che produce effetti a catena in tutta la regione. Nata nel 2010 a causa della complessa situazione in Somalia, la missione può contare su un nucleo di supporto presso le strutture dell’UE a Bruxelles, oltre che presidi a Kampala, a Bihanga e a Nairobi. A Gibuti inoltre c’è la Base Militare Italiana di supporto che sovrintende linee di comunicazione marittime di fondamentale rilevanza, in quanto connettono il mare nostrum al Sud Est asiatico.
Tornando al vicino costone balcanico, va citata l’Operazione Joint Enterprise che comprende le attività della Kfor e i Nato HQ di Skopje, Tirana e Sarajevo. KFOR è iniziata il 12 giugno 1999, quando il contingente italiano entrava nel paese. Due le missioni nel Mediterraneo: Sea Guardian, attivata dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, su decisione del Consiglio Atlantico della NATO e Irini, nata nel 2020 al fine di impedire il traffico di armi da e per la Libia. L’annessione russa della Crimea nel 2014 e l’invasione dell’Ucraina nel 2022 hanno inciso sul concetto di sicurezza europeo, su cui vigila l’operazione Baltic Guardian della Nato per monitorare il fianco orientale dell’alleanza. L’Italia schiera i caccia Eurofighter Typhoon.
