Dentro la moschea del Gratosoglio: "Fatma? Frequentava viale Jenner"

Vicino alla casa della famiglia c'è l'associazione La Fratellanza: "Quando qualcuno diventa troppo estremo l'allontaniamo noi"

Negano anche solo di averla vista, anzi scaricano il barile di nome Fatma Ashraf Shawky Fahmy sulla moschea di viale Jenner. A Gratosoglio, quartiere dell'estrema periferia sud di Milano, la 22enne egiziana espulsa dall'Italia non ha lasciato troppi segni. Soprattutto nessun amico, ma solo genitori e tre fratelli. Nell'Associazione culturale la Fratellanza, di fatto una moschea come dimostrano i cartelli appesi fuori che parlano solo di preghiere, negano di averla vista. «Non la conosciamo - afferma un uomo che coordina i lavori alle luci interne, ma dice di non essere il responsabile - qui quando qualcuno diventa troppo estremo siamo noi che lo allontaniamo». Poi, appena usciti, aggiunge sottovoce che «lei frequentava viale Jenner». Se sia vero è difficile saperlo. E forse dalla Fratellanza provano a scaricare la colpa su chi ha già un passato macchiato. «Qui abbiamo aperto a luglio - insiste l'uomo - e lei è stata espulsa prima». Che l'espulsione sia di inizio estate è vero, la notizia è stata diffusa solo ora, ma i ritrovi in via Baroni 190 sono iniziati prima. E poi proprio il centro del sud Milano è tenuto monitorato da più forze dell'ordine. Nel quartiere c'è chi dice di non aver notato niente, neppure il centro islamico. Ma anche chi ha visto e segnalato al tempo la presenza di una «donna in nero». «Qui le donne velate ci sono - racconta una signora bionda - ma lei l'avevamo notata subito perché era tutta nera, ma qui ogni edificio ha una storia da raccontare». Ed è una storia negativa. Il civico 190 ricorda quei capannoni che hanno caratterizzato a lungo il Nord industriale. Dentro però c'è il degrado: il primo palazzo che si incontra sono tre piani che dovevano ospitare una caserma, o il commissariato dei vigili. Dopo una ristrutturazione è però rimasto vuoto, in attesa probabilmente di qualche occupante abusivo. Di fronte due piani di una costruzione grigia con la rampa del parcheggio sul tetto chiusa da tre massi. Subito dopo la moschea, ufficialmente centro culturale. Più avanti un autolavaggio, l'unica attività del 190 che sembra normale insieme a un'officina. In fondo, un circolo culturale che è stato chiuso per irregolarità e ora è di nuovo in funzione. Proseguendo verso il 19/a lo scenario non cambia: qui l'officina è, come si dice, «attenzionata». Le auto entrano ed escono molto velocemente, non sempre però. E non sempre sono le stesse. Proseguendo si entra nel Parco Sud, ma anche qui la legge la dettano quelli dell'ormai storico campo rom. Furti, discariche e «quella sensazione di non essere mai tranquilli a lasciare la macchina» prova a spiegarsi Alessandro che vive al civico 200. La ragazza comunque corrisponde al profilo di molti attentatori e non solo perché si era dichiarata disposta a sacrificarsi in un attentato suicida. Emarginata, frequentava poco persino i famigliari secondo quanto ricostruito da settimane di sorveglianza della Digos. Le indagini però, iniziate su segnalazione di forze di polizia estere, ha portato all'espulsione. «Dobbiamo ringraziare ancora una volta le forze dell'ordine - commenta Simone Enea Riccò, presidente di commissione Sicurezza del municipio 5 - che sono riuscite a evitare un possibile disastro».