Al Piccolo va in scena il mondo corrotto di Declan Donnellan

Attesa per il debutto del regista britannico con il dramma dell'elisabettiano Middleton

A un certo punto, ieri al Piccolo, la conferenza stampa tenuta da Declan Donnellan sul suo spettacolo, in scena allo Strehler dal 9 ottobre al 16 novembre, sembrava una lezione di neurobiologia. Parlare di emisfero cerebrale sinistro (quello della logica, della razionalità) ed emisfero destro (dove spadroneggiano l'istinto e i sogni) è parso a tutti, dal direttore del Piccolo, Sergio Escobar, ad attori e giornalisti in ascolto, il modo migliore per entrare nella materia viva: La tragedia del vendicatore, prima regia dell'anglo-irlandese Donnellan in una produzione del teatro milanese, con una compagnia di quattordici attori italiani, dieci dei quali cresciuti alla scuola del Piccolo. Donnellan è uno dei più importanti registi contemporanei, adorato e premiato in mezzo mondo. A Milano, abbiamo applaudito le sue magnifiche regie da Shakespeare: Cymbeline (2007), Macbeth (2010), Racconto d'inverno (2016). Ora lo aspettiamo al varco con il testo di un altro gigante, contemporaneo di Shakespeare: Thomas Middleton, molto meno frequentato del Bardo. Lo spettacolo, nella versione italiana curata da Stefano Massini, scene e costumi di Nick Ormerod (compagno di Donnellan, con lui fondatore nel 1981 della compagnia Cheek by Jowl), è recitato nella nostra lingua. In inglese, non in tutte le repliche, lo si potrà seguire nei sovratitoli. La tragedia del vendicatore sembra un segno del destino, fu diretto in Italia la prima e unica volta nel 1970 proprio da Luca Ronconi, con un cast tutto femminile, quando ancora l'opera veniva erroneamente attribuita a Cyril Tourneur. Ora Donnellan vendica il bistrattato Middleton con gli onori dovuti. «All'epoca in cui il testo venne scritto, nel 1605, dall'Italia proveniva ogni più efferata storia di crudeltà», ricorda il regista. «Era un luogo dove non si doveva andare, la malvagia Europa cattolica. Le storie di corruzione e intrighi venivano ambientate qui». Ma l'eterno putridume umano riguarda tutti, gli inglesi del tempo e gli spettatori di oggi, portati a chiedersi, cosa farebbero nelle condizioni in cui si trovano gli attori che danno vita a figure spaventose, bestiali. Nella Tragedia i protagonisti hanno nomi che li connotano: c'è Vindice, che vendica l'amante uccisa usando il teschio di lei come arma contro il Duca, l'avvelenatore; ci sono il Lussurioso, il Supervacuo, lo Spurio, la Castizia. E tre attori che interpretano operatori televisivi («non vi dico perché», ha strizzato l'occhio il regista, «è una sorpresa»). Donnellan insiste sulla forza di mostrare la crudeltà: «Se il cattivo viene ucciso solo con uno sparo, lo spettatore pensa che si poteva ammazzarlo decapitandolo, squartandolo. A ognuno di noi piace vedere, magari in televisione, uccisioni più elaborate. Le grandi opere teatrali in definitiva riguardano la posizione dello spettatore, quel che succede dentro di lui. Se segue solo con l'emisfero analitico o invece fa lavorare anche l'istinto, vivendo in modo carnale l'azione che scorre sotto i suoi occhi».