In Messico gli avvocati vengono assassinati dai narcos. Li aspettano sotto casa, li intercettano per strada, li raggiungono negli studi professionali. A settembre, nello Stato di Jalisco, ne hanno uccisi due a pochi giorni di distanza. José Camilo Novoa López è stato aggredito mentre viaggiava in auto a Ciudad Guzmán. Una collega è stata assassinata nella sua abitazione a Guadalajara, dopo aver accompagnato i figli a scuola. Due delitti, due indagini ancora aperte, due moventi da accertare.
Nella Bassa California, negli ultimi due anni, altri quindici avvocati sono stati uccisi. Una contabilità di sangue che racconta quanto possa essere pericoloso esercitare il diritto di difesa in un paese dove i cartelli della droga hanno costruito il proprio potere sulla violenza e sulla capacità di intimidire.
C’è una storia, però, che aiuta a capire da dove viene questa violenza. E soprattutto come sia stato possibile trasformare anche gli uomini del diritto in bersagli della criminalità organizzata. È una storia rimasta sepolta per trentaquattro anni, custodita da un uomo che quel giorno avrebbe dovuto morire e che si salvò soltanto perché aveva un’udienza in tribunale.
Quell’uomo è un avvocato. Ha lavorato per Federico Livas, il legale di Miguel Ángel Félix Gallardo, il «capo dei capi» del narcotraffico messicano. Adesso ha deciso di parlare. La sua testimonianza, raccolta dai giornalisti Ioan Grillo e Juan Alberto Cedillo per CrashOut, chiama in causa due nomi che hanno segnato la storia criminale del Messico: Joaquín Guzmán, detto El Chapo, e Ismael Zambada, conosciuto come El Mayo. Secondo il testimone, entrambi avrebbero avuto un ruolo nell’organizzazione della strage del settembre 1992, quando nove persone, tra avvocati, collaboratori e familiari del vecchio padrino, furono sequestrate e uccise.
Non è soltanto il racconto di un massacro. È la ricostruzione di un passaggio di potere. Di come una generazione di narcotrafficanti abbia eliminato gli uomini della precedente, conquistato le rotte della droga e imposto una regola destinata a sopravvivere ai suoi stessi protagonisti: nessuno è intoccabile. Nemmeno chi conosce la legge.
La trappola dei sicari
Per capire come cominciò bisogna tornare a Città del Messico, al 3 settembre 1992.
La trappola era stata preparata con cura. Una comunicazione dal carcere, una richiesta urgente, una squadra di avvocati che si mette in viaggio per raggiungere una villa in uno dei quartieri più esclusivi della capitale. Ad aspettarli non ci sono agenti di polizia, come era stato fatto credere. Ci sono sicari che si spacciano per federali. Hanno le armi pronte. E un ordine preciso: catturare gli uomini del vecchio padrino.
Federico Livas aveva ricevuto un messaggio dal suo cliente, Félix Gallardo, detenuto dal 1989. La polizia federale, gli viene riferito, sta perquisendo la casa della madre del narcotrafficante nel quartiere Jardines del Pedregal. Bisogna intervenire subito. Livas parte insieme al collega Teodoro Ramírez e ad alcuni collaboratori. Quando arrivano, trovano gli uomini di Ramón Laija, soprannominato «El Colo», un sicario al servizio dei narcotrafficanti. Il commando blocca l’automobile e sequestra gli occupanti.
Il giorno successivo, a circa 190 chilometri da Città del Messico, nei pressi di Iguala, vengono ritrovati nove cadaveri. Tra le vittime ci sono gli avvocati e alcuni cugini di Félix Gallardo. I corpi portano i segni di una violenza feroce. A Livas è stato amputato il dito indice, un gesto che nel linguaggio dei cartelli indica chi ha tradito o parlato con le autorità. La testa di un’altra vittima è stata schiacciata dalle ruote di una Chevrolet Suburban.
I sicari non si erano limitati a uccidere. Avevano voluto lasciare un messaggio. E quel messaggio era destinato a tutti gli uomini ancora legati al vecchio padrone del narcotraffico.
La guerra per l’eredità del padrino
Félix Gallardo era stato per anni il punto di riferimento delle organizzazioni criminali messicane. Nato nello Stato di Sinaloa, aveva costruito a Guadalajara una rete di traffici, alleanze e relazioni che gli aveva consentito di controllare una parte importante del commercio della droga. Il suo arresto, nel 1989, aveva aperto una lotta per la successione. Gli uomini cresciuti all’ombra del «capo dei capi» cominciavano a contendersi territori, mercati e rotte verso gli Stati Uniti.
Tra loro c’erano Héctor Luis Palma Salazar, detto «El Güero», Joaquín Guzmán Loera ed Ismael Zambada García. Nomi destinati a diventare protagonisti del cartello di Sinaloa.
Per la strage di Iguala, Palma risulta ancora destinatario di accuse. La testimonianza raccolta da CrashOut aggiunge però un elemento. Secondo l’avvocato sopravvissuto, anche El Chapo ed El Mayo avrebbero partecipato all’organizzazione del massacro. È un’accusa che emerge dal suo racconto e che non può essere considerata, sulla base delle informazioni disponibili, una responsabilità giudiziariamente accertata.
Il testimone conosceva bene gli uomini che furono uccisi. Lavorava nello stesso studio legale. Quel 3 settembre avrebbe potuto accompagnarli. Si salvò perché doveva raggiungere Guadalajara per partecipare a un’udienza relativa al fratellastro di Félix Gallardo, anche lui arrestato.
Mentre i colleghi cadevano nella trappola, lui era in tribunale e adesso svela ciò che conosceva dello studio di Livas, dei suoi affari e dei rapporti con il narcotrafficante. I giornalisti hanno deciso di non pubblicarne il nome per proteggere la famiglia. La paura, a trentaquattro anni di distanza, non è scomparsa.
Il boss comandava anche dal carcere
Il suo racconto conduce anche dentro il carcere meridionale di Città del Messico, il Reclusorio Sur, dove Félix Gallardo era detenuto. Una prigione che, secondo il testimone, non aveva cancellato il potere del boss.
«Andavo continuamente nel carcere meridionale per informare Miguel Ángel sull’andamento del suo procedimento», racconta l’avvocato. «La prigione aveva un intero piano riservato a lui».
Un piano intero. È il particolare che più di altri restituisce l’immagine di un sistema nel quale il denaro e le relazioni criminali potevano garantire privilegi straordinari anche dietro le sbarre.
Secondo il legale-testimone, Félix Gallardo continuava a gestire attività legate al narcotraffico. Riceveva visite, manteneva contatti e organizzava feste insieme a un altro detenuto eccellente, Juan José Esparragoza Moreno, conosciuto come «El Azul». Tra i visitatori, sostiene il testimone, figuravano anche personaggi dello spettacolo e dello sport, compresi una giovane popstar e un pugile famoso. I loro nomi non compaiono nell’estratto disponibile dell’inchiesta.
La descrizione è quella di un boss che, pur avendo perso la libertà, conservava una parte della propria influenza. E di un sistema carcerario nel quale, stando alla testimonianza, la detenzione poteva convivere con condizioni di vita privilegiate e con il mantenimento di rapporti esterni.
Fuori da quelle mura, intanto, la guerra per il controllo del narcotraffico non conosceva tregua.
Gli avvocati diventano bersagli
Colpire gli avvocati significava aggredire una parte della rete di protezione del vecchio capo. I legali conoscevano i procedimenti giudiziari, le strategie difensive, le persone di fiducia. Potevano essere a conoscenza di interessi economici e rapporti riservati. Lo studio di Livas, secondo il sopravvissuto, aveva anche investimenti e attività sulle quali la testimonianza raccolta da CrashOut promette ulteriori dettagli.
È qui che la storia assume un significato che va oltre la guerra tra cartelli. Perché in Messico il confine tra chi difende un criminale e chi viene considerato parte della sua organizzazione può diventare, agli occhi dei sicari, inesistente.
Negli Stati Uniti avvocati come Jeffrey Lichtman, che ha rappresentato El Chapo e i suoi figli, e Frank Perez, difensore di El Mayo e di suo figlio, esercitano una professione che può garantire compensi elevati. In Messico, invece, difendere un grande narcotrafficante può significare esporsi a minacce e attentati.
La strage di Iguala non è rimasta un episodio isolato.
Nel 2009 viene assassinato Américo Delgado, un avvocato che aveva rappresentato, tra gli altri, i fratelli Arellano Félix, protagonisti del cartello di Tijuana. Nello stesso anno viene uccisa Raquenel Villanueva Fraustro, una penalista che era già sopravvissuta a quattro attentati con armi da fuoco ed esplosivi. Tra i suoi clienti figurava José Carlos Reséndez Bertolucci, considerato uno degli uomini che gestivano gli interessi finanziari del cartello del Golfo.
Un mese prima di morire, Villanueva aveva incontrato il giornalista Juan Alberto Cedillo. Lo aveva ricevuto nel suo studio, davanti a scaffali pieni di libri di diritto ed enciclopedie. Conosceva il pericolo. Aveva già visto la morte avvicinarsi più volte.
«È chiaro che sarei dovuta morire nove anni fa», aveva detto. «Credo però che Dio abbia dei progetti per me e spero di fare la cosa giusta».
Poche settimane dopo, è stata assassinata.
La difesa non è complicità
La sua vicenda racconta la condizione di chi esercita il diritto di difesa in territori nei quali la criminalità organizzata pretende di stabilire anche chi possa parlare, chi debba tacere e chi abbia il diritto di rappresentare un imputato.
Un avvocato può difendere un assassino, un trafficante internazionale, un uomo accusato di avere ordinato decine di omicidi. Non per questo ne condivide le responsabilità. È un principio elementare dello Stato di diritto. La difesa non è complicità. La conoscenza dei segreti di un cliente non trasforma automaticamente il professionista in un appartenente all’organizzazione criminale.
Per i cartelli, invece, queste distinzioni possono non esistere. L’avvocato viene considerato una risorsa da utilizzare, un depositario di informazioni oppure un possibile traditore. E quando cambiano gli equilibri di potere, può diventare un bersaglio.
La storia di Federico Livas dimostra fino a che punto possa arrivare questa logica.
Il suo assassinio avvenne nel momento in cui il vecchio sistema del narcotraffico messicano stava cedendo il passo a nuove organizzazioni. La violenza non serviva soltanto a conquistare una rotta o eliminare un concorrente. Serviva a imporre nuove gerarchie, a distruggere le alleanze precedenti, a dimostrare che nessuno poteva più contare sulla protezione del «capo dei capi».
Iguala sarebbe tornata nelle cronache internazionali ventidue anni dopo, nel 2014, per la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa. Due storie differenti, senza un collegamento diretto dimostrato, che hanno segnato lo stesso territorio e raccontano, in epoche diverse, la violenza criminale e le difficoltà dello Stato nel garantire sicurezza e giustizia.
La testimonianza dell’avvocato sopravvissuto alla mattanza del 1992 riporta oggi alla luce un capitolo di quella guerra. Chiama in causa uomini diventati simboli del narcotraffico internazionale. Descrive privilegi carcerari, rapporti di potere, affari e tradimenti. E ricorda che, in quella stagione, per uccidere un uomo non era necessario che fosse un narcotrafficante. Poteva bastare che ne fosse l’avvocato.
Trentaquattro anni dopo, mentre altri legali vengono assassinati in Messico, quella storia conserva tutta la sua attualità. Perché la questione non riguarda soltanto i cartelli e le loro guerre. Riguarda la capacità dello Stato di proteggere chi esercita una funzione essenziale per la giustizia.
Federico Livas e i suoi collaboratori erano partiti per assistere un cliente. Furono sequestrati e uccisi. I loro corpi vennero abbandonati lungo una strada, con i segni di una violenza pensata per intimidire chiunque avesse voluto continuare a lavorare per il vecchio padrino.
I sicari avevano colpito degli avvocati. Il messaggio era rivolto a tutti gli altri. Perché quando la criminalità organizzata decide chi può difendere un imputato e chi deve morire per averlo fatto, non è soltanto la vita di un professionista a essere in pericolo. È la giustizia stessa che viene presa in ostaggio.
