Il regista che fece di Milano un grande cantiere teatrale

I lunghi anni della Scala e l'approdo al Piccolo, dove raccolse la difficile eredità di Strehler. Il saluto dei suoi attori dal palco

Durante l'intera giornata di ieri, la bandiera che normalmente sventola sulla facciata della Scala è stata esposta a mezz'asta. Anche il palcoscenico del Piermarini ha osservato il lutto per la perdita di Luca Ronconi, «una delle figure principali della scena europea che – come recita la nota ufficiale – ha contribuito alla formazione dell'identità stessa di questo teatro».

Per quindici anni infatti, tra il 1974 e il 1999, la Scala è stata il riferimento milanese del regista scomparso sabato, in una stanza del Policlinico, a causa di una polmonite. Ronconi vi era approdato dopo il successo internazionale dell'«Orlando furioso» e dell'«Orestea», due spettacoli di culto che, per la loro complessità e durata, lo avevano fatto diventare, agli occhi dei direttori dei teatri di prosa, «il regista delle macchine e dell'impossibile», da guardare con molta ammirazione e altrettanto sospetto.

Alla Scala aveva trovato persone disposte a dargli retta, e soprattutto risorse necessarie per le sue produzioni liriche, ben più cerebrali e ardite dello standard dell'epoca, ma così strutturate e sontuose da farsi apprezzare dalla critica senza scontentare troppo i tradizionalisti. Nel 1981, alla sua quinta regia per il Piermarini, Ronconi aveva conosciuto il trentunenne responsabile del marketing e dei rapporti con i media, Sergio Escobar. Diciassette anni dopo, nel luglio del '98, i due si ritroveranno a dirigere insieme il Piccolo Teatro in uno dei momenti più complicati della sua storia.

La scomparsa di Strehler, i dissidi nel consiglio di amministrazione, un appannamento di strategie e scopi stavano frastornando questa istituzione di portata internazionale, per la cui direzione si era fatto il nome del regista francese Jacques Lassalle. Contattato da alcuni consiglieri d'amministrazione, Ronconi inizialmente aveva mostrato scetticismo sul suo approdo al Piccolo. Anche alcuni strehleriani presuntamente ortodossi non lo ritenevano adatto al ruolo che era stato del «maestro»: il suo teatro, così letteralmente macchinoso, era troppo diverso da quello magico di Strehler, che infatti, a sentir loro, non l'apprezzava.

Eppure le prime proposte di Ronconi colsero nel segno, e soprattutto riuscirono a coinvolgere i milanesi, a farli sentire parte di un «cantiere teatrale» che andava costruendosi insieme con loro. Resterà indimenticabile il pubblico debordante ed eterogeneo di «Infinities», uno spettacolo particolmente complesso e visionario, tratto da un testo scientifico e allestito nel 2002 in una ex fabbrica della Bovisa.

In quell'occasione fu chiaro che il «cantiere» del Piccolo si era ormai strutturato su di una netta divisione dei ruoli: Ronconi si dedicava a tutto ciò che stava dentro la creazione teatrale, Escobar a ciò che le stava attorno, ai rapporti non solo con le istituzioni, ma anche con le realtà produttive, con il tessuto sociale ed economico della città. Ovvero quelle realtà grazie alle quali il Piccolo Teatro può vantare un bilancio che, per più della metà, è sostenuto da sponsor privati e incassi.

Come si trovava Ronconi a Milano? Alle domande in proposito, il regista nato in Tunisia nel 1933, con casa nella campagna umbra ma di fatto nomade, ha sempre risposto in maniera elusiva. Di sicuro si trovavano bene con lui gli attori che venivano apposta a Milano per recitare nei suoi spettacoli.

Ieri, prima della rappresentazione di «Lehman Trilogy», la sua ultima regia in cartellone fino al 15 marzo al Piccolo di via Rovello, l'intera compagnia è salita sul palco per «ringraziare Ronconi di quello che ha dato» e per dichiarare il «proprio orgoglio di testimoni attivi della sua ultima, bellissima fatica». In prima fila tutti gli attori, tra cui Fabrizio Gifuni e Massimo Popolizio, e i tecnici dietro, con nascosto fra loro il direttore Sergio Escobar.