Whisky in faccia a Hollywood Così Valentina non fu Cortese

Quando l'attrice rifiutò le avance di un produttore: la celebrano un film, un ciclo all'Oberdan e una mostra

Valentina Cortese, alla quale è dedicato "Diva!" di Francesco Patierno

La prima cosa che colpisce di Valentina Cortese è lo sguardo: luminoso, profondo, con una luce interiore. La seconda è un'eleganza unica, innata, fatta di particolari come il foulard da cui non si separa mai, il suo modo di dire grazie alle contadine che l'hanno cresciuta. Un foulard diventato leggenda, come del resto tutta la sua storia che sembra contenere cento vite. Dall'infanzia trascorsa nella campagna di Agnadello alla fama di Hollywood, poi ancora in Italia, amori, cinema e teatro. Ora la sua vita e la sua carriera lunga 70 anni, trascorsa calcando le scene di set e teatri a fianco dei più grandi registi e attori, è raccontata in una mostra fotografica, un libro, un film e una rassegna allo Spazio Oberdan.

Milano torna a rendere omaggio a Valentina Cortese, l'ultima grande diva italiana, che la scorsa settimana, durante l'anteprima del film documentario Diva! di Francesco Patierno al Blue Note, si è presentata così, a sorpresa, con un soprabito rosa e l'immancabile foulard, lasciando tutti a bocca aperta. E si stupisce che ancora si voglia parlare di lei. Oggi la grande attrice sarà allo Spazio Oberdan per visitare la mostra «Valentina Cortese. La diva», rassegna fotografica su progetto di Elisabetta Invernici e Alberto Zanoletti, 30 scatti dei più grandi fotografi italiani e americani che raccontano la sua storia pubblica e privata.

Fino al 12 agosto, chi visita la mostra (a ingresso libero) può sfogliare il volume «Valentina Cortese. 100 ritratti» di Elisabetta Invernici e Alberto Zanoletti, e vedere il film Diva!, ma anche riscoprire alcune pellicole memorabili come Effetto Notte, Giulietta degli Spiriti e La cena delle beffe, proiettate allo Spazio Oberdan da oggi a martedì 19. Così si può scoprire che a Hollywood, dove ha recitato con tutti i big, da Cary Grant a Paul Newman, è stata anche la prima attrice a rifiutare le avance di un produttore.

A Darryl Zanuck, numero uno della 20th Century Fox, che voleva metterle le mani addosso, gettò in faccia un bicchiere di whisky, e quel gesto fiero le costò la carriera hollywoodiana. E l'unica cosa che rimpiange è non aver potuto coltivare amicizie come quella con Marylin Monroe e Marlene Dietrich, grande «mangiatrice di spaghetti italiani». Una volta tornata in patria, ha lavorato con i più grandi registi, da Fellini a Zeffirelli. Ma si è dedicata anche al teatro, soprattutto dopo l'incontro con Giorgio Strehler, con cui ha raggiunto il vertice. Del fondatore del Piccolo Teatro, suo grande amore, ricorda che si erano conosciuti da bambini e che «Giorgio era un timido, inquieto, insoddisfatto, mai contento di sé, acclamato da tutti e lui non si considerava. Era toccato dalla scintilla divina del genio. Paolo Grassi mi segnalò come attrice, tempo prima; e al mio incontro con Giorgio, lui mi disse Ma sei tu quella bambina che giocava con me... e abbiamo continuato a giocare sul palcoscenico dove lui ha lasciato capolavori assoluti. E in me una consapevolezza nuova di attrice. È stato lui il regista che mi ha forgiato».