Dilma rischia l'impeachment: al via il voto in Brasile

Le operazioni di voto sono iniziate a partire dalle 14 di Brasilia, le 19 in Italia

In tre giorni quasi tutti hanno guadagnato il palcoscenico. La lunga marcia di avvicinamento al voto alla Camera sull’impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff, ha garantito a tutti un momento di gloria. A partire da venerdì gli oltre cinquecento deputati hanno detto singolarmente la loro e fatto la propria dichiarazione di voto. Nonostante questo, avere una stima esatta dei voti che andranno favore o contro la messa in stato d’accusa della ‘presidenta’ è complicato. Le cifre sono molto ballerine e la stampa nazionale, schierata quasi completamente su posizioni anti-governative, fornisce dati molto variabili e non sempre coerenti. Dal canto loro i settori filo-governativi forniscono interpretazioni molto differenti da quelle degli sfidanti. Per conoscere il destino di Dilma e del futuro prossimo del Paese, bisognerà dunque attendere i risultati delle urne parlamentari. Le operazioni di voto sono iniziate a partire dalle 14 di Brasilia, le 19 in Italia.

Il verdetto sulla prosecuzione dell’iter di messa in stato d’accusa del presidente, arriverà al termine di un fine settimana infuocato, tra scontri palesi e ambigue ricerche di accordi. A rendere poco chiaro lo scenario a poche ore dal voto, ci sono infatti le numerose trattative ancora in corso. Sia nel settore dei ‘pro’ sia in quello dei ‘contro’, si sta svolgendo una contrattazione dietro le quinte, non sempre limpidissima. Una battaglia che si combatte sul singolo voto. Il più attivo tra i governativi è il mentore di Dilma ed ex presidente, Luiz Ignacio ‘Lula’ da Silva, che dopo aver incassato 187 firme di deputati in calce al “manifesto di difesa della democrazia” utile a salvare teoricamente Dilma, ha continuato a lavorare nell’ombra. Forte anche delle 600 poltrone ‘disponibili’ tra governo e sottogoverno lasciate vuote dagli ex alleati del Pmdb che, dopo il tradimento, ora guidano le truppe pro impeachment capeggiati dal vicepresidente Michel Temer, e dai presidenti di Camera e Senato Eduardo Cunha e Renan Calheiros.

Solo grazie alle macchinazioni politiche architettare dai tre, la contestazione a Dilma, dura già in campagna elettorale, è arrivata a prendere la forma dell’impeachment. Sin dal periodo a cavallo tra la fine del primo mandato e alla conferma di Dilma alla guida del Paese nel gennaio 2014, le opposizioni avevano avviato una campagna mediatica e di piazza contro la presidentessa. Gli attacchi dei partiti di destra avevano avuto come oggetto soprattutto il disastro economico e l’incapacità di dare risposte a una crisi che si sarebbe aggravata sempre più. Quando però le notizie dell’inchiesta sul maxi giro di tangenti alla Petrobras è deflagrata, il tema centrale degli attacchi è divenuto quello della corruzione. Le investigazioni hanno travolto tutti i partiti: il Pmdb in primis, così come il Pt di Dilma e Lula. Mai però il nome della presidentessa è venuto fuori. L’accusa che ha motivato l’apertura del procedimento per l’Impeachment, è stata alla fine al bocciatura da parte della Corte dei Conti federale per irregolarità di bilancio (prestiti chiesti alle banche e senza approvazione del parlamento per mascherare buchi), commesse dal governo alla fine del primo mandato. Un pretesto e non un reato grave “di responsabilità”, sostengono i giuristi anti-impeachment. Per questo la campagna in difesa di Dilma ha come slogan “Senza crimine è golpe”.

La questione giuridico istituzionale, maschera una verità politica e la voglia di un ampio settore della società brasiliana di mettere fine all’esperienza dei governi di sinistra e delle rispettive politiche progressiste nel Paese. Una partita nella quale l’opportunismo politico del Pmdb la fa da parone. Con l’uscita di scena della presidentessa Dilma, il periodo di eventuale reggenza del vicepresidente Temer potrebbe significare una buona possibilità anche per il Psdb di Aecio Neves e gli altri partiti sconfitti alle elezioni appena 16 mesi fa.

L’isteria che ha colpito il Brasile ha disolto molti da un’analisi di alcuni elementi fondamentali. Se andasse così a guidare il Paese non ci sarebbe più una Dilma, carente, poco capace e poco lucida, ma ci sarebbero i partiti politici sconfitti alle elezioni e i politici maggiormente coinvolti nella “Lava Jato”, al mani pulite brasiliana. Inchiesta che vede indagati oltre 150 parlamentari, tra i quali proprio il vicepresidente Temer e i presidenti di Camera e Senato, Cunha e Calheiros, accusati a vario titolo di corruzione, riciclaggio di denaro sporco e associazione per delinquere.