«Nei volantini scomparsi la verità sull’inutile strage di San Benigno»

La testimonianza di un lettore che nel 1944 visse gli avvenimenti bellici relativi al più efferato attentato partigiano della guerra

Egregio direttore, che Le scrive è un ottantenne genovese - ovviamente lettore del Giornale - che dal primo giugno 1943, cominciò a lavorare in una tipografia come impiegato contabile. Dopo circa tre mesi siamo stati sequestrati dall'ufficio propaganda tedesco che ha sospeso - come primo atto - la pubblicazione del quotidiano cattolico «Il Nuovo Cittadino» del quale eravamo stampatori. Soltanto al «Secolo XIX» era consentita l'uscita, con ben quattro facciate, massimo otto. Il tenente militarizzato che comandava l'Ufficio ci informò - in un perfetto italiano. Che la materia prima per la fabbricazione della carta era la cellulosa, ma la cellulosa è indispensabile quale involucro dei proiettili d'artiglieria ed allora niente giornali.

QUEL GIORNO

AL COLUMBIA
All'inizio la situazione della città era nel complesso abbastanza tranquilla. Verso la metà di dicembre venni incaricato di recarmi all'Hotel Columbia perché mi doveva essere consegnato un testo relativo ad un manifesto estremamente urgente (e qui è doveroso aprire una parentesi per chiarire la mia posizione, ossia, come è possibile che ad un ragazzo sedicenne venga dato in incarico del e genere, tanto più che si trattava di incontrare il Gruppenfurher Zimmermann, massima autorità germanica a Genova. Il motivo vero mi fu spiegato solo alla fine della guerra. Uno dei due titolari della tipografia era un componente del Cln che in pratica non voleva avere contatti con gli occupanti. In quel momento mi fu detto che preferivano non aver rapporti che portassero a fraternizzare con i tedeschi). Con un certo timore andai all'incontro. Attraverso un interprete, il pezzo da novanta Tedesco, mi consegnò il testo. «Hai capito tutto bene? Domattina presto le bozze. Dopodomani mattina prestissimo all'ufficio affissioni per essere affissi subito» (di questo manifesto conservo gelosamente una copia).
Ero indubbiamente molto giovane, ma ero molto interessato di tutto ciò che accadeva. Documenti ne ho raccolti parecchi e conservati per molti anni. Poi li ho venduti all'asta da Rubinacci per realizzare un vecchio sogno: «Essendo amante della musica in tutte le sue espressioni, con questa vendita ho potuto acquistare un buon impianto stereo».


LA COLLABORAZIONE

CON I TEDESCHI
Ritornando al manifesto e analizzando il testo, si intuisce che era un palese tentativo, da parte del comando tedesco, di arrivare ad una sorta di collaborazione reciproca. Immediatamente, appena gli alleati vennero a conoscenza del testo, arrivò l'ordine alla Resistenza di provvedere inasprendo la lotta che, fino a quel momento, non aveva portato a nessun risultato. Dopo 48 ore, Jori (strada alla periferia di Ponente) sbucò alle spalle di due ufficiali tedeschi che passeggiavano in via XX Settembre colpendoli con una raffica davanti al portone numero 19 (metodo puramente terroristico). Jori proseguì nelle sue azioni uccidendo un'ufficiale della guardia Repubblicana in quella che oggi si intitola al XXV aprile. E poi fece saltare in aria il Bar Olanda in Prè (6 militari che consumavano al Bar, morti) per poi concludere con l'eroica impresa del «SoldatenKino» (ex cinema Odeon in via E. Vernazza) dove persero la vita 5 soldati e decine di feriti. Fu catturato; cercò di fuggire. Fu soppresso in messo alla folla in quel di Sampierdarena.


POLEMICHE

SU VIA RASELLA
Ho volutamente riportato questi episodi in quanto sul vostro giornale è stata ripresa la polemica su via Rasella e le sue drammatiche conseguenze. Non voglio esprimere inutili commenti personali, ma condivido in pieno ciò che ha scritto il suo collega Granzotto nell'edizione del 10 agosto scorso, a pagina 34, e la lettera a fianco riprodotta a firma Amedeo Lidonnici che mi pare racchiuda in poche parole il giusto pensiero di quel «Pasticciaccio brutto di via…».
Gli alleati erano molto incazz… perché dopo il faticoso sbarco di Salerno (9 settembre) erano rimasti impantanati sulle falde di Montecassino. Dopo aver inutilmente distrutto anche il Santuario, sono rimasti fermi fino all'alta primavera del '44. Avevano, nell'inverno, anche effettuato uno sbarco ad Anzio, nel mese di Febbraio, ma anche qui soltanto alla fine di maggio si è riusciti a sfondare il fronte e a riconquistare Roma. Parlo di tutto ciò con ricchezza di dettagli in quanto mio fratello maggiore Gustavo era un Oberfelwebel della «E. Goering». Fece, con un reparto, un turno di due mesi (erano i paracadutisti, più o meno famosi per gli uni, o famigerati per altri).

FEROCIA

IN MONTENEGRO
Queste cose me le ha raccontate quando ha potuto rientrare in casa (17 luglio 1945). All'inizio della guerra era stato inserito (volontario) nell'unico reparto «lanciafiamme» che l'Italia disponeva. Ne ha visto di tutti i colori, con ferite, promozioni e medaglie. All'8 settembre si trovava in Montenegro insieme agli alpini per combattere i partigiani montenegrini. La lotta durissima, al limite della ferocia, è durata parecchi mesi e ai primi di settembre la battaglia era al culmine. Di fronte a una così terribile situazione, non rimaneva altro che precipitarsi dai tedeschi e continuare la guerra con loro.
Certo che sarebbe sin troppo facile fare osservazioni di varia natura, ma cari signori, bisogna trovarcisi in simili situazioni!!! Di fronte allo sfascio di quei giorni è facile emettere sentenze. Lui ha preso le sue decisioni ed io mi sono trovato dalla stessa parte, convinto dal fatto che non è possibile lasciare macchie nella nostra stoia (con al «s» minuscola) che ,dalla triplice a,lenza in poi, è stata sempre un gioco delle tre tavolette. Mio nonno paterno era un garibaldino dei Mille, ma era Repubblicano. Credeva , convinto, in una sorta di repubblica delle Due Sicilie, invece…
Era un convinto anti Savoia. Si potrebbe anche pensare che è stato un premonitore! I Savoia non potevano comportarsi peggio e con l'amico Badoglio hanno contribuito non poco ai tragici avvenimenti del dopo 8 settembre. È morto a Parigi, subito dopo l'inizio della prima guerra Mondiale.



IL CASO SAN BENIGNO
A questo punto parliamo delle vicende genovesi. Siamo nel corso del drammatico 1944. Mi riallaccio agli episodi che, meritoriamente, il suo Giornale ha portato alla luce chiarendo vicende (vedi San Benigno) rimaste, inizialmente, in una luce assolutamente sbagliata per poi chiarirsi nel tempo. All'inizio (si dice voce di popolo, voce di Dio) la responsabilità era degli odiati tedeschi (e lì radio Londra ha avuto la sua parte). Poi, dopo smentite e nuove ricostruzioni, si è arrivati finalmente alla verità. Io le porto la mia testimonianza che conferma le vostre ultime ricostruzioni. Però. E sì, c'è sempre un però. I dati che andrò a chiarirle dovrebbero essere la conferma dei dubbi.



IL RACCONTO

DEL «RIBELLE»
Mi spiego. Il suo Giornale ha riportato che i morti erano 2000. Tutti sappiamo che nel mese di febbraio ’45 fu catturato un partigiano con in tasca il giornale (anche riportato nel vostro articolo) Il Ribelle che in un breve articolo riportava i nomi di battaglia dei due partigiani che all'alba del 10 ottobre '44 fecero brillare la mina che combinò il noto disastro. L'ufficio propaganda germanico fino ad allora brancolava nel buio più assoluto. Iniziarono subito le indagini per istruire il fatto. Dopo mesi e, proprio pochi giorni dalla fine delle ostilità, riuscirono a capire su quello che veramente era accaduto.
A quel punto l'ufficio commissionò alla nostra tipografia alcune decine di migliaia di volantini dei quali, purtroppo, non ho potuto conservare nessuna copia, ma che ricordo e ricorderò per sempre. Nel retro, ingrandita, la riproduzione dell'articolo che figurava nella seconda pagina del Ribelle. Nella facciata del volantino c'era la riproduzione della collina formata da sole macerie, con sopra la Croce. Trasversalmente, in grande, la scritta: «San Benigno 1.200 morti!».
Come vede, esiste una evidente differenza nel numero dei morti. Sono certo - e non solo - se si riuscirà mai a chiarire questa differenza. Nessuno ha mai letto quei volantini perché sono andati a fuoco nella stessa giornata. Potrei aggiungere anche che esiste un antefatto importante al tragico 10 ottobre '44.


BOMBE SUL CARACCIOLO
Il 12 maggio dello stesso anno, nel corso della mattinata, i bombardieri alleati effettuarono un attacco mirato al ponte Caracciolo. Va detto che il ponte è proprio antistante l'ingresso della famigerata Galleria. Come avveniva nel corso di tutti gli attacchi, gli osservatori sugli aerei scattarono sicuramente una serie di fotografie. É ovvio che quelle foto sono state utilizzate per lo studio di un'azione che era soltanto possibile effettuare da terra. Ed ecco che i partigiani furono incaricati dell'operazione che ha portato a quella che è stata forse la più grossa disgrazie capitata alla nostra città nel corso della guerra.
Da parte mia, affermo che l'attacco al ponte Carraciolo è stata un'azione condotta con la massima precisione dove è stato colpito esclusivamente l'obiettivo che si doveva distruggere. Bettoline cariche di munizioni, siluri; carrelli con proiettili, mine ed altro furono sbriciolati in poco più di mezz'ora. Ho potuto osservare tutto il bombardamento dalla sommità di villetta di Negro da dove si domina la zona portuale.


I MORTI DI VIA CORSICA
Intanto, per dire esattamente il contrario, una settimana dopo, il 19 maggio, gli alleati attaccarono la batteria contraerea posta sulla rotonda di via Corsica. Ebbene, una bomba che sia bomba, sulla batteria non è caduta. Via Corsica è stata letteralmente sconvolta. L'ufficio propaganda, che aveva sede al numero 19, non è stato colpito, ma una grossa bomba è esplosa davanti al portone causando gravissimi danni. L'ufficio è stato trasferito in via Dodecanneso.
I morti - segnatamente al numero 6 di via Corsica - sono stati parecchi. Questa citazione l'ho volutamente fatta, in quanto, l'attacco al ponte Caracciolo fu un'eccezione, la regola era quella di sganciare bombe che finivano regolarmente, per oltre il 60 per cento, sulle abitazioni civili. Ma purtroppo, il «vizietto» esiste sempre! Sono trascorsi oltre 60 anni e gli attacchi si svolgono sui vari fronti - malgrado le tecnologie ultramoderne - con gli stessi risultati del passato (vedi Iraq, Afghanistan, ecc..).


L’INFERNO

IN VIA CECCHI
Ma la vera ragione di questo mio scritto non è questa. Voglio parlare di un episodio avvenuto nell'ora di colazione del 4 settembre '44. Durante il pranzo suona l'allarme. Dato che alle 14 dovevo riprendere il lavoro, mi fermo nel portone del caseggiato con mio padre e continuo a mangiare, con il piatto in mano, il rimanente riso al suo. Dopo pochi muniti si scatena l'inferno. La mia abitazione era al 35 di corso Torino e faceva angolo con via Cecchi. A sinistra, in via Cecchi, si trovava il cinema «L'aurora». La prima bomba di quelle lanciate per «aggiustare il tiro» (si fa per dire) cadde proprio davanti a questo cinema. Ovviamente, per quello che mi riguarda, addio riso e relativo piatto.
Calcinacci ovunque, pochi secondi e altre bombe. Ne cadono alcune nella zona ed in particolare in via Finocchiaro Aprile. E poi altre all'inizio di via XX Settembre. Alcuni palazzi colpiti. E così avanti fino a De Ferrari. E qui accade il peggio. Una bomba colpisce il lato interno del palazzo dell'Accademia (ove sbocca via Vernazza). Palazzo che era parzialmente già incendiato in bombardamenti precedenti. Le macerie del palazzo si rovesciano sulla calotta che protegge l'ingresso (aperto da pochi mesi) della Galleria delle Grazie. Una seconda bomba colpisce in pieno la suddetta calotta in cemento armato che si sbriciola per l'esplosione.


L’ANNUNCIO

DI RADIO LONDRA
Io, appena terminate le esplosioni, parto da casa, ovviamente a piedi, per recarmi al lavoro che si trovava in largo Roma (attualmente largo Eros Lanfranco). A De Ferrari mi fermo di fronte al terribile sfacelo. Un colosso di gendarme del «Feldgendarmeri» ci blocca. I più validi e i più giovani li manda subito a togliere la marea di pietre più o meno grandi. Quando arriviamo al primo cadavere, letteralmente spiaccicato su un masso enorme, ferma tutto: «Grazie, adesso tocca a noi!». Nel contempo erano arrivati pompieri e marinai tedeschi che si sono messi subito all'opera. Una vera strage! Alla sera il solito cronista di Radio Londra annunciava con entusiasmo che «Stamane è stata attaccata con successo la base di sommergibili germanici nel porto di Genova».
La base era nel porticciolo di Duca degli Abruzzi (lo Yacht Club attuale). Il molo che separa il porticciolo dal porto non c'era più. I due piccoli sommergibili erano danneggiati e semiaffondati sul fianco. Dico io: fra le bombe sganciate per aggiustare il tiro e quella strage che avevano combinato a De Ferrari, la distanza dal Porticciolo era notevole, ma oggi come oggi, è perfettamente inutile andare a mettere - come si suol dire - il dito nella piaga. Invece, quello che interessa a me - e ritengo a noi tutti genovesi - è il ricordo dei 264 innocenti che sono stati uccisi nell'ingresso del rifugio.


UN SILENZIO COLPEVOLE
Comunque, ricordo che per qualche anno se n'è parlato, poi il silenzio. Ritengo che il suo giornale farebbe una cosa giusta (fatti i dovuti accertamenti) pubblicando qualche riga per ricordare gli infelici toccati da quel terribile episodio. Ritengo che sia un dovere verso coloro che hanno perso la vita in una guerra che, oltre alle operazioni sui fronti, ha coinvolto popolazioni inermi. Gli alleati, per la parte aerea, erano guidati da uomini decisi a vincere a qualsiasi costo. Il maresciallo Harris, per gli inglesi, (la sua nazione ha eretto recentemente un monumento) e il maresciallo Doolitle, per gli americani, avevano in comune un vecchio, ma sempre attuale detto: «Il fine giustifica i mezzi», che si coniuga perfettamente con «La guerra non è una scuola di virtù». La prego di scusarmi per il tempo che Le ho rubato.